Dopo Orbán, il disgelo ungherese rischia di congelare i rapporti con Bratislava

«L’Ungheria è l’unico paese al mondo che confina con se stesso»: con questa frase pronunciata nel giugno 2026, il nuovo premier ungherese Péter Magyar ha riacceso tensioni che l’asse tra Viktor Orbán e il premier slovacco Robert Fico aveva tenuto a lungo sopite. Secondo un’analisi pubblicata dall’European Council on Foreign Relations (ECFR) e firmata da Tomáš Valášek — vicepresidente del partito slovacco di opposizione Progressive Slovakia — la fine di quella partnership personale non apre automaticamente una stagione di distensione tra Budapest e Bratislava, ma potrebbe invece liberare dinamiche nazionaliste finora compresse.
Per quasi un decennio e mezzo, Orbán e Fico si sono sostenuti a vicenda: la televisione di stato ungherese, molto seguita nel sud della Slovacchia a maggioranza magiara, ha garantito copertura favorevole a Fico e al presidente slovacco Peter Pellegrini. In cambio, Bratislava ha tollerato la distribuzione di passaporti ungheresi agli ungheresi etnici residenti in Slovacchia, molti dei quali hanno votato per Orbán nelle elezioni ungheresi. Budapest ha inoltre finanziato squadre sportive ed eventi culturali oltre confine per consolidare quella base elettorale.
Il primo segnale di cedimento è arrivato nel dicembre 2025, quando il governo Fico ha riattivato i decreti Beneš — le leggi cecoslovacche del dopoguerra che privarono della proprietà e espulsero tedeschi etnici e ungheresi con l’accusa di collaborazionismo — per accelerare la costruzione di un’autostrada. Centinaia di proprietà, per un valore di decine di milioni di euro, sono state espropriate invocando norme che avrebbero dovuto essere applicate decenni prima. La risposta del governo alle critiche è stata una legge che criminalizza la contestazione dei decreti stessi, approvata nel dicembre 2025. Un esponente della coalizione di governo ha risposto alle proteste chiedendo provocatoriamente se i slovacchi dovessero «ricominciare a imparare l’ungherese».
L’episodio ha avuto conseguenze interne rilevanti per Fico: il principale partito rappresentativo degli ungheresi etnici in Slovacchia, fino ad allora orientato verso la maggioranza, ha di fatto cambiato campo, con il suo leader presente ai raduni dell’opposizione. Poiché gli ungheresi etnici, pur in calo demografico, restano un bacino elettorale determinante — nessun governo non populista slovacco ne ha mai fatto a meno — la mossa appare autolesionista. Valášek la legge però come una prova generale in vista delle elezioni del 2027: con un’economia in difficoltà, il debito pubblico fuori controllo e la chiusura annunciata a febbraio 2026 del grande stabilimento Samsung in Slovacchia, Fico avrebbe pochi argomenti programmatici da spendere e potrebbe scegliere di mobilitare l’elettorato su un fronte nazionalista.
Sul versante ungherese, Magyar ha adottato una posizione più cauta rispetto alle rivendicazioni massimaliste del passato, chiedendo a Bratislava di smettere di usare i decreti Beneš come base per espropri e di abrogare la legge che ne vieta la critica, senza invocare una loro abolizione formale. Tuttavia, il ricorso al termine «Felvidék» — denominazione storica ungherese per i territori dell’attuale Slovacchia — e la citazione sopra riportata sui confini hanno irritato l’opinione pubblica slovacca.
Se entrambi i leader dovessero trasformare le sedi europee in palcoscenici per regolamenti di conti bilaterali, le ricadute si farebbero sentire ben oltre il bacino danubiano. Il mandato di Fico scade nel 2027: qualora l’opposizione slovacca conquistasse il governo, la sfida più immediata sarebbe abbassare la temperatura del confronto, ma quella più profonda resterebbe affrontare le pagine più controverse della storia comune tra i due paesi.
L’analisi di Valášek offre un caso di scuola su come le minoranze etniche transfrontaliere possano diventare variabili di politica interna prima ancora che di politica estera: un meccanismo che chi ha studiato i Balcani degli anni Novanta riconosce immediatamente, anche se qui le proporzioni e gli strumenti sono ben diversi. Vale la pena distinguere tra ciò che è documentato — la legge slovacca del dicembre 2025, gli espropri fondati sui decreti Beneš, le dichiarazioni pubbliche di Magyar — e ciò che resta una proiezione: l’ipotesi che Fico trasformi deliberatamente la questione ungherese nel perno della campagna 2027 è plausibile ma non ancora verificata nei fatti. Per l’Italia, che nel Triveneto e in Alto Adige ha gestito per decenni tensioni analoghe legate a minoranze e trattati storici, la vicenda ricorda quanto la riconciliazione richieda non solo accordi formali ma anche investimenti infrastrutturali ed economici nelle aree periferiche — esattamente ciò che l’analisi indica come nodo irrisolto nel sud della Slovacchia. Un deterioramento stabile dei rapporti Bratislava-Budapest renderebbe più difficile il coordinamento nel fianco nord-orientale dell’Alleanza, in un momento in cui la coesione del fronte orientale europeo è già sottoposta a pressioni significative.
Fonte: ECFR · Pubblicato il 8 giugno 2026



