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Ordine internazionale senza regole: un diplomatico singaporiano smonta le illusioni occidentali

Dalla fine della Guerra Fredda a oggi — un arco di circa trent’anni che molti analisti hanno trattato come la nuova normalità — si è in realtà consumata un’eccezione storica destinata a non ripetersi. È la tesi centrale di un lungo saggio pubblicato l’8 giugno 2026 dal Royal United Services Institute (RUSI) e firmato da Bilahari Kausikan, diplomatico singaporiano di lungo corso, che invita a rileggere le tensioni attuali senza le lenti distorcenti dell’idealismo liberale.

Kausikan prende le mosse da due episodi recenti. Nel 2014 l’allora Segretario di Stato americano John Kerry criticò l’annessione della Crimea definendola «comportamento da XIX secolo nel XXI secolo»: un argomento che presupponeva, assurdamente, che l’avversario condividesse i valori di chi lo criticava. Nel gennaio di quest’anno il premier canadese Mark Carney, parlando a Davos, ha invocato la solidarietà dei «middle powers» per difendere un ordine internazionale che ha definito «lacerato». L’autore smonta entrambe le posizioni con la stessa obiezione: reificano l’idea di ordine internazionale come se fosse una realtà oggettiva, indipendente dai rapporti di forza che la sostengono.

Il nucleo dell’argomentazione è che il diritto internazionale non è uno strumento autonomo: gli Stati lo rispettano quando conviene ai loro interessi, e lo ignorano quando non conviene. L’interesse — non le regole, non i valori — è il principio organizzativo primario delle relazioni tra Stati. Il mondo, scrive Kausikan, resta «in larga misura una giungla», con gradi diversi di violenza a seconda delle regioni. L’Europa, che si era convinta di aver domato definitivamente quella giungla, ha pagato il prezzo di questa illusione lasciando degradare le proprie capacità di difesa.

L’ordine post-bellico si reggeva su due pilastri: l’equilibrio nucleare e il sistema istituzionale costruito attorno all’ONU e a Bretton Woods. Il primo ha tenuto; il secondo non ha mai funzionato come i fondatori avevano immaginato, anche perché il diritto di veto dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza contraddice il principio di uguaglianza sovrana su cui l’ONU è formalmente fondata.

Sul rapporto tra Washington e Pechino, il saggio osserva che il vertice Trump-Xi svoltosi a Pechino nel maggio 2026 — il primo di un presidente americano in carica nella capitale cinese da quasi un decennio — è stato letto male dalla maggior parte dei media occidentali. Il suo significato non stava negli accordi specifici raggiunti su commercio e investimenti, ma nel fatto stesso che si sia tenuto, segnalando la volontà di entrambe le parti di stabilizzare la competizione. Un conflitto diretto rimane, secondo l’autore, altamente improbabile: la deterrenza nucleare svolge oggi lo stesso ruolo che svolse durante la Guerra Fredda tra USA e URSS.

Sul dossier iraniano, Kausikan sostiene che Teheran non abbandonerà le proprie ambizioni nucleari, e che i danni inflitti alle sue capacità ne ritarderanno ma non ne impediranno il perseguimento. Richiama il caso dell’Ucraina — uno dei soli due Paesi ad aver rinunciato volontariamente all’arsenale nucleare — come lezione che molti governi nel mondo stanno già metabolizzando, con conseguenze durature per il regime di non proliferazione.

La conclusione è che ciò che stiamo vivendo non è una crisi dell’ordine, ma il ritorno alla norma storica della geopolitica, temporaneamente oscurata da un ventennio eccezionale in cui Russia e Cina erano fuori dai giochi. Navigare questa realtà richiede, secondo l’autore, di abbandonare le abitudini mentali formatesi in quel periodo e guardare al mondo per quello che è.

La distinzione che Kausikan traccia tra «politica estera teologica» e «politica estera pratica» richiama, in termini diversi, il dibattito che in Italia si è aperto dopo il 2022 sulla coerenza tra i principi costituzionali e le scelte operative di difesa: una tensione che chi ha servito nelle istituzioni militari conosce bene, perché si manifesta ogni volta che occorre tradurre un mandato politico in regole d’ingaggio concrete. L’osservazione sull’erosione del regime di non proliferazione merita attenzione particolare: se altri Stati trarranno dalla vicenda ucraina le conclusioni che l’autore prefigura, le implicazioni per la stabilità del Mediterraneo allargato — dove l’Italia opera quotidianamente — sarebbero significative e di lungo periodo. Va però tenuto presente che alcune delle valutazioni sul conflitto con l’Iran e sulle sue conseguenze strategiche si basano su proiezioni dell’autore, non su dati verificati in modo indipendente: la distinzione tra analisi e previsione è qui sottile. Infine, la lettura asiatica del «balancer» americano come entità con cui trattare su base di interessi e non di valori condivisi offre un metro di paragone utile per valutare quanto le alleanze europee — Italia compresa — siano attrezzate a operare in un contesto più transazionale.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 7 giugno 2026

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