Negoziati Libano-Israele: una finestra di opportunità tra ostacoli strutturali

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, i colloqui diretti tra Libano e Israele avviati a Washington rappresentano un’opportunità significativa per il governo libanese di riaffermare la propria autorità nella politica estera, sebbene il successo a lungo termine rimanga condizionato dal disarmo di Hezbollah. L’incontro tra gli ambasciatori dei due paesi e il segretario di Stato americano Marco Rubio ha sancito l’avvio di negoziati diretti a data e luogo da concordarsi.
Il contesto storico offre insegnamenti rilevanti. Nel 1983, durante la guerra civile libanese, il presidente Amin Gemayel negoziò direttamente con Israele, sottoscrivendo il 17 maggio un accordo che pose fine formalmente allo stato di guerra. Tuttavia, l’accordo durò poco a causa dell’opposizione della Siria e delle fazioni filosirian. Oggi il panorama è mutato: la minaccia palestinese è scomparsa, il regime Assad non esiste più, ma Hezbollah rimane una sfida securitaria formidabile per Israele, nonostante sia stato gravemente indebolito negli ultimi due anni da operazioni israeliane che hanno decapitato la leadership, penetrato i ranghi e degradato capacità militari significative.
Israele non può semplicemente espellere Hezbollah dal Libano come fece con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina negli anni Ottanta, poiché il gruppo è un partito libanese con parlamentari, ministri e una base di sostenitori locali. Nemmeno un’invasione terrestre profonda potrebbe disarmarlo senza conseguenze devastanti per il paese. Israele sta invece tentando di creare una zona cuscinetto nel sud del Libano per allontanare Hezbollah dal confine. Gli attacchi israeliani e gli ordini di evacuazione hanno generato una crisi umanitaria acuta: oltre l’80 per cento dei villaggi meridionali è stato svuotato e più del 15 per cento della popolazione libanese è stata sfollata.
Hezbollah si oppone ai negoziati, insistendo su un cessate il fuoco e il ritiro israeliano come precondizioni. Il leader Naim Qassem ha esortato il governo libanese a ritirarsi dai colloqui, ma non ha potuto impedire l’incontro di Washington. Politicamente, Hezbollah non dispone dei numeri parlamentari per invertire la decisione governativa, e se ritirasse i suoi ministri dal gabinetto, il primo ministro Nawaf Salam potrebbe sostituirli con altre figure sciite senza legami con l’Iran. Una ricerca al conflitto civile comporterebbe rischi elevati per il gruppo: scontri con l’esercito libanese, fazioni rivali potenzialmente riarmate, combattenti fedeli al presidente siriano Ahmed al-Sharaa, e la minaccia costante dei droni israeliani.
L’analisi conclude che il percorso negoziale deve basarsi su misure di fiducia reciproca. Israele dovrebbe evitare ulteriori attacchi alle infrastrutture statali e ai centri urbani, in particolare Beirut, che alimentano la narrazione di resistenza di Hezbollah. Il governo libanese, dal canto suo, dovrebbe rendere operativamente difficile l’azione di Hezbollah: espellere i suoi ministri dal gabinetto, vietare le attività finanziarie del gruppo, e dispiegare l’esercito nei sobborghi meridionali di Beirut per confiscare armi e arrestare chi minaccia la pace civile.
L’analisi di Chatham House coglie un aspetto spesso sottovalutato: il governo libanese di Aoun rappresenta il miglior interlocutore disponibile per una soluzione, e Israele ha interesse a non indebolirlo ulteriormente con bombardamenti su infrastrutture civili. Per l’Italia e la NATO, il precedente è rilevante—il Libano rimane un teatro dove il controllo territoriale dello Stato è prerequisito per qualsiasi stabilità regionale. La finestra negoziale è stretta e fragile, ma il fatto che Hezbollah non abbia potuto bloccare i colloqui suggerisce che il gruppo, pur militarmente significativo, affronta vincoli politici e strategici crescenti.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 15 aprile 2026



