Belarus, la diplomazia silenziosa di Washington e i prigionieri politici come moneta di scambio

Una delegazione americana atterra a Minsk, Lukashenka firma qualche scarcerazione, Washington allenta le sanzioni su un settore dell’economia bielorussa: questo è il ritmo che scandisce, da due anni, il canale diplomatico tra Stati Uniti e Bielorussia. A descriverlo con precisione è un’analisi di Chatham House firmata da Natalya Kovaleva, pubblicata l’8 giugno 2026, che ricostruisce la logica e i limiti di un negoziato insolito.
Il meccanismo si è avviato pochi giorni dopo l’insediamento di Donald Trump, quando Minsk ha liberato unilateralmente la cittadina americana Anastasia Nuhfer. Tre settimane dopo, Christopher Smith, vice segretario di Stato aggiunto, si è recato a Minsk — prima visita di un funzionario americano di quel rango in oltre cinque anni — e ha ottenuto il rilascio di altre tre persone. Da allora, il negoziato ha prodotto tre ulteriori ondate di scarcerazione: in totale, più di 500 prigionieri politici liberati, tra attivisti per i diritti umani, giornalisti, oppositori e cittadini stranieri, tutti vittime della repressione seguita alle proteste del 2020 contro la sesta vittoria presidenziale consecutiva di Lukashenka.
L’obiettivo dichiarato dall’inviato speciale di Trump, John Coale, è il rilascio dei circa 900 detenuti politici ancora in carcere entro la fine del 2026. Sul tavolo ci sarebbe anche un accordo più ampio: la riapertura dell’ambasciata americana a Minsk — chiusa dal 2022 e priva di un ambasciatore da 18 anni — la revoca dell’80 per cento delle sanzioni statunitensi e una visita di Lukashenka a Washington per incontrare Trump. Finora Washington ha già allentato le restrizioni sulla compagnia aerea Belavia, su due banche statali, sul ministero delle finanze e su tre produttori di potassio, principale voce di esportazione del paese.
Meno nitida è la contropartita strategica per gli Stati Uniti. Secondo Michael Carpenter, già ambasciatore americano presso l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), l’amministrazione Trump cerca vittorie di politica estera «comunque le si definisca», e ottenere il rilascio di prigionieri da un regime repressivo costituisce «una vittoria inequivocabile». Gabrielius Landsbergis, ex ministro degli Esteri lituano, inquadra il negoziato nel metodo Trump: costruire un minimo di fiducia reciproca e vedere dove porta, pur ricordando che «in Venezuela non ha portato molto lontano».
Sul piano umanitario, i risultati restano parziali. La grande maggioranza dei liberati è stata espulsa oltre confine, spesso senza documenti e senza possibilità di rientro. Solo nel marzo 2026, 235 dei 250 scarcerati hanno ottenuto il diritto di restare in Bielorussia. Anaïs Marin, associate fellow del programma Russia ed Eurasia di Chatham House ed ex relatrice speciale dell’ONU sui diritti umani in Bielorussia, avverte che il beneficio riguarda i detenuti meno esposti politicamente e che nessuno sa per quanto durerà questa tolleranza prima che vengano formulate nuove accuse. Carpenter segnala inoltre il rischio di un effetto perverso: alleviare le sanzioni in cambio di rilasci potrebbe incentivare future pratiche di detenzione strumentale.
Sul piano geopolitico, l’analisi è netta. La dipendenza di Minsk da Mosca si è accentuata dopo il 2020 e non è scalfita dall’apertura americana: la Russia rimane il principale partner commerciale, creditore e fornitore energetico della Bielorussia. Finché l’Unione europea blocca le esportazioni di potassio bielorusso attraverso i porti europei, il margine di manovra di Lukashenka è strutturalmente limitato. Lo stesso Coale ha escluso esplicitamente qualsiasi tentativo di allontanare Minsk da Mosca: «Questo impegno è per il 95 per cento umanitario», ha dichiarato, definendo quella tra Lukashenka e Putin «una relazione trentennale».
Il commento di GrNet.it
Può un negoziato definito «per il 95 per cento umanitario» dal suo stesso artefice produrre effetti strategici rilevanti? La risposta che emerge dall’analisi è no, almeno nel breve periodo: la Bielorussia resta un paese la cui sovranità operativa è vincolata a Mosca da dipendenze energetiche, finanziarie e militari che nessuna revoca parziale di sanzioni americane può sciogliere. Per l’Italia, che partecipa alle misure restrittive dell’UE e ha interessi diretti nella stabilità del fianco orientale della NATO, la questione più rilevante non è il canale bilaterale Washington-Minsk in sé, ma la coerenza tra la postura americana e quella europea: se Washington allenta le sanzioni mentre Bruxelles mantiene il blocco sul potassio, il regime delle restrizioni perde uniformità e, con essa, parte della sua efficacia come strumento di pressione. Vale poi la pena tenere d’occhio il meccanismo della «porta girevole» segnalato nell’analisi — nuove detenzioni che compensano le scarcerazioni — perché se confermato ridimensionerebbe ulteriormente il valore umanitario reale dell’accordo.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 8 giugno 2026




