Rifugiati ucraini in Europa: la proposta di escludere gli uomini in età militare dalla protezione temporanea

Oltre 4,3 milioni di cittadini ucraini beneficiano attualmente del regime di protezione temporanea dell’Unione Europea, che consente loro di risiedere e lavorare nel blocco. Di questi, il 26,6% sono uomini adulti, molti dei quali si trovavano già nell’UE prima del conflitto o hanno lasciato l’Ucraina per sottrarsi alla mobilitazione. Su questo dato si innesta il dibattito analizzato da Responsible Statecraft, che ricostruisce le pressioni crescenti affinché gli uomini in età militare vengano esclusi dallo schema di protezione collettiva.
Al vertice UE di inizio giugno, il ministro svedese per la migrazione ha riferito di un «forte sostegno» tra i governi europei a questa esclusione. La proposta si inserisce in un contesto di erosione del consenso popolare verso i rifugiati ucraini: in Polonia, la quota di favorevoli all’accoglienza è scesa dal 94% del 2022 al 48%; in Germania, due terzi degli intervistati sostengono la cancellazione dei sussidi di disoccupazione per gli ucraini e il 62% è favorevole al rimpatrio degli uomini in età militare; nella Repubblica Ceca, il 47% ritiene che il paese abbia accolto più rifugiati di quanti ne possa gestire.
Sul piano politico, già nel 2024 i ministri della difesa polacco e lituano si erano impegnati ad assistere il rimpatrio degli uomini ucraini. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha sollecitato il presidente Volodymyr Zelenskyy affinché i giovani non lasciassero il paese. La Norvegia, pur non essendo membro UE, ha già agito unilateralmente: la sua Direzione dell’immigrazione ha stabilito che gli uomini tra i 18 e i 60 anni arrivati dopo il 5 maggio non potranno più accedere alla protezione collettiva temporanea e dovranno presentare domanda individuale di asilo.
La crisi di manpower ucraina è al centro dell’analisi. A gennaio di quest’anno il ministro della difesa Mykhailo Fedorov ha dichiarato che circa 200.000 soldati risultavano assenti senza autorizzazione e che altri due milioni di uomini si sottraevano alla leva. Già nel giugno 2024, tre quarti delle forze armate ucraine erano composte da coscritti non volontari. Il giornalista Peter Korotaev e il sociologo Volodymyr Ishchenko hanno ricondotto questo fenomeno a decenni di cattiva governance, che avrebbero prodotto una «profonda frattura sociopolitica» tra lo Stato e la popolazione, rendendo difficile qualsiasi mobilitazione di massa.
Sul piano pratico, l’esclusione degli uomini dalla protezione temporanea presenta numerose incognite. La maggior parte degli ucraini nell’UE non ha presentato domanda di asilo individuale: un cambio di regime potrebbe generare un’ondata di richieste che richiederebbe mesi o anni per essere smaltita. Le differenze tra gli Stati membri potrebbero spingere gli interessati a spostarsi all’interno del blocco, mentre altri potrebbero trovarsi in una condizione di irregolarità, costretti a vivere in clandestinità — una situazione già diffusa in Ucraina, dove molti uomini si nascondono per evitare i funzionari della mobilitazione.
L’articolo solleva infine una questione di efficacia militare: anche ammettendo che i rimpatriati vengano effettivamente arruolati, il tempo necessario per rimpatriarli, addestrarli e schiererarli renderebbe il contributo operativo modesto, soprattutto considerando la scarsa motivazione di una leva forzata. Il rischio, secondo l’analisi, è che la misura prolunghi il conflitto senza modificarne l’esito, aggravando al contempo la già grave crisi demografica ucraina.
Il commento di GrNet.it
La mobilitazione forzata di renitenti rimpatriati ricorda, per struttura e limiti, le esperienze delle ultime fasi della Seconda guerra mondiale, quando la qualità del combattente — motivazione, coesione, addestramento — si rivelò determinante quanto la quantità. Un contingente di coscritti riluttanti, estratti da una condizione di irregolarità in Europa e reimmessi in un sistema di leva già in crisi, difficilmente produce capacità combattiva netta nel breve periodo. Per l’Italia, che ospita una comunità ucraina significativa e partecipa al dibattito europeo sulla proroga della protezione temporanea, la questione non è solo umanitaria: riguarda anche la coerenza tra gli obiettivi dichiarati di sostegno a Kyiv e le misure concrete adottate. Vale la pena chiedersi se le capitali europee stiano ragionando in termini di effetto operativo reale o stiano rispondendo principalmente a pressioni di politica interna.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 12 giugno 2026




