La violenza in Mali spinge la Mauritania verso il punto di rottura

Da quasi quindici anni la Mauritania non subisce un attacco terroristico sul proprio territorio, un’anomalia in una regione dove il Sahel è diventato sinonimo di instabilità cronica. È su questo scarto storico che si apre l’analisi di Jordanna Yochai pubblicata da Responsible Statecraft, secondo cui quel modello di stabilità rischia ora di incrinarsi per effetto della crisi maliana.
Il 25 aprile una serie di attacchi coordinati ha colpito diverse città del Mali, compresa la capitale, causando l’assassinio del ministro della Difesa e costringendo le forze governative e i paramilitari russi dell’Africa Corps a ritirarsi da basi chiave nel nord del paese. Il 4 luglio è seguita una seconda offensiva, più contenuta ma comunque significativa, contro centri urbani del centro e del nord. Secondo il Washington Post, citato nell’articolo, l’amministrazione statunitense starebbe valutando raid aerei contro Jamaat Nusrat al Islam wal Muslimin, JNIM, l’affiliato regionale di al-Qaeda.
L’autrice documenta come la crisi non sia più contenibile entro i confini maliani. Oltre 300.000 profughi provenienti dal Mali si trovano ora in Mauritania secondo dati UNHCR di febbraio, mettendo sotto pressione le risorse dello stato. Lungo il confine, lungo oltre 1.600 chilometri, resistono legami economici e familiari profondi: circa il 70% del bestiame mauritano pascola stagionalmente in territorio maliano, un settore che vale il 10% del PIL nazionale secondo dati FAO.
Proprio su questi flussi di pastori si concentra la parte più critica dell’analisi. Da gennaio, funzionari locali della regione di Guidimakha denunciano almeno una dozzina di sparizioni e uccisioni di allevatori mauritani attribuite alle forze maliane e all’Africa Corps. Yochai descrive un’inversione paradossale: gli allevatori riescono a negoziare passaggi sicuri con i terroristi in cambio di pagamenti in natura, mentre subiscono violenza proprio nelle aree formalmente sotto controllo di Bamako. Un sindaco locale, citato nell’articolo, osserva che quando i terroristi attraversano il confine lasciano le armi, mentre l’esercito maliano arriva armato fino ai denti.
Fonti di sicurezza citate nel testo riportano almeno sei incursioni di pattuglie maliane in villaggi mauritani nel corso dell’anno, respinte come inesistenti da Nouakchott, al punto che un parlamentare ha chiesto ironicamente se il proprio distretto fosse considerato territorio maliano. Secondo un deputato citato dall’autrice, il presidente Mohamed Ould El Ghazouani avrebbe indicato in aprile le tensioni con il Mali come sua principale preoccupazione.
Il rapporto segnala che la giunta militare maliana si è già alienata Algeria e Costa d’Avorio, e rischia di ripetere lo schema con la Mauritania, rendendo la diplomazia più difficile proprio quando servirebbe di più. In un’audizione pubblica di maggio, il comandante di AFRICOM ha definito l’Africa occidentale un buco nero dell’intelligence, segnalando minacce dirette a personale e interessi statunitensi. L’autrice propone il rilancio della Commissione interministeriale congiunta Mali-Mauritania e una maggiore moderazione nelle operazioni antiterrorismo di Bamako come strade praticabili, pur riconoscendo che la responsabilità della soluzione resta ai due governi, non a Washington.
Il commento di GrNet.it
Perché un esercito regolare, impegnato in operazioni di contrasto al terrorismo, finisce per colpire più civili innocenti dei gruppi jihadisti che dovrebbe combattere? La risposta che emerge dall’analisi è quella classica delle forze armate prive di capacità di intelligence sul terreno e di addestramento alla distinzione tra combattente e civile, un problema che la presenza dei paramilitari russi dell’Africa Corps aggrava piuttosto che risolvere. Per un osservatore italiano il caso mauritano ricorda quanto la stabilizzazione del Sahel non dipenda solo da capacità di fuoco, ma da presidio del territorio e rapporto con le comunità locali, lezione già appresa e poi persa nelle missioni europee nella regione. Se la Mauritania, finora considerato un modello raro di successo antiterrorismo, scivola nella stessa spirale di sfiducia tra popolazione e forze di sicurezza vista altrove nel Sahel, il rischio di un ulteriore vuoto di sicurezza a ridosso del Mediterraneo meridionale merita attenzione anche a Roma, non solo a Washington.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 24 luglio 2026




