Ucraina, il processo di pace americano si è incagliato su tre errori strutturali

Gennaio 2025: Donald Trump entra alla Casa Bianca con la pace in Ucraina tra le priorità dichiarate della sua politica estera. Riprende il dialogo con Mosca, apre canali paralleli con Kyiv e con i partner europei. Diciotto mesi dopo, i colloqui si sono arenati e il conflitto ha ripreso intensità. È questa la cornice da cui muove un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, la testata del Quincy Institute, a firma di Jennifer Kavanagh, che individua tre errori strutturali nel processo negoziale avviato da Washington.
Il primo riguarda la centralità assegnata alla questione territoriale. Secondo Kavanagh, le origini del conflitto erano prevalentemente politiche — impedire l’avvicinamento dell’Ucraina all’Occidente e bloccare la sua integrazione nelle strutture militari della NATO — e non legate alla conquista di terre. Lo dimostrerebbe il fatto che, nei colloqui di Istanbul del 2022, le due parti si avvicinarono a un accordo basato su concessioni politiche ucraine in cambio del ritiro russo dai territori occupati nella campagna iniziale. Solo in seguito, dopo che Putin firmò le leggi costituzionali di annessione delle quattro oblast e la guerra si trasformò in un conflitto di logoramento, il territorio divenne il nodo centrale. L’amministrazione Trump ha però amplificato questa deriva, chiedendo prima a Kyiv di accettare cessioni territoriali come condizione per la pace, poi — dopo il vertice di Anchorage dell’agosto 2025 — suggerendo il ritiro ucraino dalla parte del Donetsk ancora sotto controllo di Kyiv. Il risultato è che il paradigma «territorio in cambio di garanzie di sicurezza» si è imposto come schema dominante, rendendo le posizioni delle due parti difficilmente conciliabili: Russia e Ucraina non possono controllare simultaneamente lo stesso territorio, e persino un’ipotetica sovranità condivisa richiederebbe un’unica autorità amministrativa.
Il secondo errore è quello delle promesse irrealistiche. A Kyiv, Washington ha evocato garanzie di sicurezza «simili all’Articolo 5», che l’analisi giudica prive di credibilità: nessuna amministrazione americana, almeno dal tempo di George H.W. Bush, ha mai considerato nell’interesse degli Stati Uniti combattere una guerra con la Russia per difendere l’Ucraina. A Mosca, invece, si sarebbe lasciato intendere che Washington potesse costringere Kyiv a ritirarsi dal Donetsk residuo secondo la cosiddetta «formula di Anchorage» — un impegno che il think tank considera non praticabile, poiché cedere territorio al tavolo negoziale è politicamente insostenibile per qualsiasi governo ucraino. Avendo ricevuto promesse così favorevoli, né Mosca né Kyiv sono ora disposte ad accettare condizioni più realistiche, anche per i costi politici interni che comporterebbe fare marcia indietro.
Il terzo errore è la struttura a compartimenti stagni dei negoziati. Washington ha privilegiato incontri separati — con la Russia da un lato, con Ucraina ed europei dall’altro — senza mai riunire tutti i soggetti rilevanti attorno allo stesso tavolo. Questo ha alimentato diffidenze reciproche: gli europei temevano accordi bilaterali USA-Russia che li scavalcassero; Mosca era preoccupata per eventuali basi NATO in Ucraina dopo la guerra; Kyiv temeva intese tra Trump e Putin che si traducessero in concessioni forzate o tagli al sostegno militare americano.
L’analisi indica tre correttivi: accantonare temporaneamente il tema territoriale per concentrarsi sulle questioni politiche e di sicurezza di fondo; offrire a entrambe le parti una valutazione realistica di ciò che un accordo può effettivamente contenere; e rendere i negoziati inclusivi, coinvolgendo tutti i soggetti interessati per ciascun dossier specifico. Il tempo, avverte Kavanagh, non è dalla parte di nessuno: l’accordo disponibile domani sarà peggiore di quello sul tavolo oggi.
Il commento di GrNet.it
L’analisi di Kavanagh ha il merito di separare con chiarezza i piani: le cause politiche originarie del conflitto, le dinamiche territoriali emerse nel corso della guerra e le distorsioni introdotte dal processo negoziale americano sono tre livelli distinti, e confonderli ha prodotto gli errori descritti. Per un osservatore con esperienza nelle missioni di gestione delle crisi, il punto sulle promesse irrealistiche è quello che pesa di più: garanzie di sicurezza che non reggono a un’analisi di credibilità non rafforzano la posizione negoziale di chi le riceve, la indeboliscono, perché creano aspettative che nessun accordo potrà soddisfare. La questione del formato negoziale — chi siede al tavolo e quando — è altrettanto rilevante per l’Italia, che partecipa ai meccanismi europei di supporto a Kyiv ma non ha voce diretta nei colloqui bilaterali USA-Russia. Resta aperto il nodo che l’analisi sfiora senza approfondire: quali sarebbero, concretamente, le garanzie di sicurezza «realistiche» che Washington potrebbe offrire a Kyiv senza attivare l’Articolo 5, e se tali garanzie sarebbero sufficienti a reggere nel tempo senza un quadro istituzionale che le sorregga.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 16 giugno 2026




