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Il futuro non parla più americano, parla cinese

Il 77% degli intervistati in Medio Oriente considera le politiche statunitensi una minaccia alla sicurezza regionale, contro appena il 25% che esprime lo stesso giudizio sulla Cina: è uno dei dati citati dall’Arab Opinion Index nel saggio di Mark Leonard pubblicato da ECFR, che descrive un ribaltamento nella percezione globale di quale paese rappresenti il futuro.

Per gran parte del Novecento, sostiene Leonard, gli Stati Uniti non erano solo un luogo ma un’epoca: le immagini di Hollywood, delle automobili americane e degli elettrodomestici mostravano all’Europa occidentale e ai paesi dietro la Cortina di Ferro cosa significasse essere moderni. La stessa apertura economica cinese avviata dopo la morte di Mao Zedong nel 1976 fu ispirata, secondo l’autore, dallo stupore di Deng Xiaoping davanti alla modernità americana osservata durante una visita ufficiale nel 1979.

Nel 2026, scrive Leonard, le posizioni si sono invertite. Cobus van Staden, del China-Global South Project, osserva che l’Occidente viene sempre più «inquadrato come rivolto al passato», un fenomeno che l’autore ritiene accelerato dal trumpismo e dal suo rigetto delle energie rinnovabili, della diversità e delle politiche sociali progressiste. Sui social network occidentali si diffonde il fenomeno del cosiddetto “Chinamaxxing”, con influencer che imitano estetiche e comportamenti cinesi, mentre nel sud globale i giovani non si limitano a copiare pratiche come bere acqua calda o praticare il tai chi: osservano la Cina trasformare concretamente la loro vita quotidiana.

Il saggio individua nella demografia una delle chiavi del fenomeno. L’età mediana è di 40-50 anni negli Stati Uniti e in Europa, contro i 19 anni della Nigeria e i 29 di Sudafrica, India e Libano. Circa il 70% dei nigeriani, nota Leonard, non era abbastanza grande da registrare l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003 o la crisi finanziaria globale del 2008: per queste generazioni l’era di Donald Trump coincide con l’intera memoria politica disponibile sugli Stati Uniti.

Il fenomeno non riguarda solo l’Africa. In Vietnam, paese con una storia di tensioni con Pechino, la ricercatrice della London School of Economics Chelsea Nguyen attribuisce alla gestione percepita come inadeguata della pandemia di covid-19 da parte dell’Occidente un ruolo nell’erosione del suo status di modello. Secondo Loubna El Amine, del King’s College London, in regioni instabili come il Medio Oriente parte dell’attrattiva cinese deriva proprio dall’assenza di Pechino dai conflitti locali, a differenza del coinvolgimento diretto statunitense.

Leonard segnala però che questa adesione resta fragile e pragmatica, non ideologica: la Cina è accusata di prestiti predatori, acquisizione di infrastrutture critiche e esportazione di sovraccapacità produttiva, comportamenti che generano malcontento in Thailandia, Messico e Nigeria quanto in Occidente. La sfida per il soft power, conclude l’autore, non si vince contrastando la propaganda cinese ma offrendo soluzioni concrete ai problemi delle persone.

Il commento di GrNet.it

Il 70% dei nigeriani troppo giovane per ricordare l’invasione dell’Iraq del 2003 è il dato che meglio spiega perché l’egemonia culturale occidentale non si eroda per un singolo evento, ma per accumulo generazionale di assenza. Per un osservatore con formazione militare, colpisce che il saggio parli di soft power e non di deterrenza, ma i due piani sono connessi: un paese che perde credibilità come modello di modernità perde anche margine di manovra diplomatica quando deve costruire coalizioni o legittimare interventi. L’Italia, presente in missioni multilaterali in Africa e Medio Oriente, opera già in contesti dove il confronto non è più tra Occidente e anti-Occidente ma tra Occidente e un’alternativa cinese percepita come pragmatica e priva di eredità coloniale. Resta da capire quanto questa narrazione regga alla prova dei fatti, visto che lo stesso saggio ammette le criticità dei prestiti e delle acquisizioni infrastrutturali cinesi in Africa e America Latina.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 9 settembre 2026

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