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Le infrastrutture idriche diventano bersaglio della guerra cognitiva

Secondo un’analisi del Royal United Services Institute (RUSI), le infrastrutture idriche civili stanno diventando obiettivi legittimati di guerra attraverso campagne coordinate di disinformazione e azioni cinetiche. L’articolo documenta come tre attori statali abbiano sistematicamente smontato il divieto normativo internazionale che protegge gli impianti di desalinizzazione e depurazione, utilizzando operazioni di guerra cognitiva parallele agli attacchi militari.

Il primo caso riguarda la Russia e il bacino di Kakhovka. Nell’ottobre 2022, l’Institute for the Study of War segnalò che Mosca stava «predisponendo le condizioni informative» per un attacco sotto falsa bandiera, diffondendo pubblicamente avvertimenti secondo cui l’Ucraina intendeva colpire la diga. Otto mesi dopo, la Russia distrusse l’infrastruttura dal suo interno. Nel corso della settimana successiva, gli account diplomatici e mediatici russi pubblicarono su X oltre 1.300 post sulla diga, generando quasi 200.000 retweet, un volume di comunicazione che superò quello russo su Bucha e Nord Stream. Il modello seguito fu classico: pre-posizionare la contro-narrativa prima dello sciopero, eseguire l’attacco, quindi inondare l’ambiente informativo con messaggi di scarico delle responsabilità a un volume tale da sopraffare le analisi forensi.

Il secondo caso riguarda il conflitto israelo-palestinese. Entro febbraio 2026, circa il 90% delle infrastrutture di desalinizzazione e depurazione di Gaza era stato danneggiato o distrutto. Human Rights Watch ha descritto la distruzione come deliberata, mentre la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto citando la privazione d’acqua. Tuttavia, la copertura mediatica dei successivi incidenti è diminuita anziché aumentata: uno studio su CNN e MSNBC rilevò che durante i primi 100 giorni di conflitto, ogni morte di bambino ucraino generava 16,1 menzioni televisive, mentre ogni morte di bambino gazawi ne generava 0,36. L’effetto informativo non è l’inganno ma la saturazione: quando la distruzione di infrastrutture idriche diventa un fatto quotidiano, cessa di essere notizia.

Il terzo caso riguarda l’Iran e l’isola di Qeshm. Il 7 marzo 2026, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi affermò su X che gli Stati Uniti avevano colpito un impianto di desalinizzazione sull’isola, aggiungendo la narrativa chiave: «Gli USA hanno stabilito questo precedente, non l’Iran». Né gli USA né Israele confermarono alcun attacco. Due mesi dopo, nessuna immagine satellitare, fotografia o corroborazione indipendente è stata pubblicata. Il giorno successivo, un drone iraniano colpì un impianto di desalinizzazione in Bahrein, in quello che fu un chiaro segnale di comunicazione strategica. Araghchi riuscì così a riconfigurare l’attacco alle infrastrutture del Golfo da atto proibito secondo il Protocollo Aggiuntivo I, Articolo 54, a risposta legittima e proporzionata a un presunto primo colpo americano.

L’analisi identifica una sequenza comune a tutte e tre le campagne: pre-posizionamento della narrativa prima dell’azione cinetica; esecuzione dello sciopero calibrato per massimizzare il valore di precedente; saturazione narrativa dell’ambiente informativo più veloce dell’analisi forense; normalizzazione attraverso l’assenza di risposta punitiva commisurata. Ogni divieto non applicato abbassa la soglia per la violazione successiva, secondo l’avvertimento della Rivista Internazionale della Croce Rossa circa una «tendenza corrosiva» che indebolisce la forza protettiva del diritto internazionale umanitario.

L’intento è chiaro: utilizzare la guerra cognitiva per rendere le infrastrutture idriche critiche un bersaglio «semi-legittimo», nonostante il diritto internazionale le proibisca esplicitamente. Ciò consentirebbe ai belligeranti di minacciare o persino rendere intere regioni inabitabili, alterando radicalmente la leva strategica che un avversario in difficoltà come Russia, Iran o Israele può esercitare. L’autore propone tre elementi di contromisura: accelerare l’attribuzione oltre i cicli narrativi avversari; stabilire una posizione dichiarativa esplicita e pre-impegnata di UK, NATO o GCC sulla protezione delle infrastrutture idriche; contestare direttamente le narrazioni di precedente fabbricato, come la rivendicazione di Qeshm rimasta priva di corroborazione indipendente.

L’analisi del RUSI coglie un aspetto operativo cruciale spesso sottovalutato: la guerra cognitiva non è accessoria ma strutturale all’erosione delle norme di protezione. Per l’Italia e la NATO, il rischio è che il Mediterraneo e il Golfo Persico diventino laboratori di normalizzazione di attacchi a infrastrutture critiche che, una volta legittimate nel discorso pubblico, potrebbero essere replicate in teatri europei. La distinzione tra ciò che è verificato (la distruzione della diga di Kakhovka, i danni a Gaza) e ciò che rimane rivendicazione non corroborata (l’attacco a Qeshm) è essenziale: il fatto che la narrativa iraniana sia stata amplificata da media internazionali senza caveat indipendenti dimostra come la guerra cognitiva funzioni anche quando il fatto sottostante è dubbio. La proposta di pre-posizionamento di capacità di attribuzione rapida e di dichiarazioni NATO esplicite è realistica, ma presuppone una velocità decisionale che le alleanze occidentali raramente dimostrano.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 21 maggio 2026

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