Il piano Rubio per disarmare Hezbollah rischia di precipitare il Libano nel caos

Sintesi
Secondo un’analisi pubblicata dal Quincy Institute, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha proposto un piano per affidare all’esercito libanese il compito di disarmare Hezbollah, un’iniziativa che comporta rischi di destabilizzazione interna gravissimi. Rubio ha dichiarato a Fox News di stare lavorando per «stabilire un sistema dove unità verificate delle Forze armate libanesi abbiano l’addestramento, l’equipaggiamento e la capacità di colpire e smantellare elementi di Hezbollah, così che Israele non debba farlo». Le sue osservazioni seguono due turni di colloqui diretti tra gli ambasciatori libanese e israeliano a Washington, mediati dallo stesso Rubio, i primi dal 1993.
Tuttavia, nessun alto funzionario libanese ha finora confermato ufficialmente il piano. Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha sì affermato che il rafforzamento delle capacità dell’esercito rappresenta l’«unica via» per disarmare Hezbollah, ma senza esplicitamente sostenere l’uso della forza. Dal lato israeliano, alcuni circoli militari hanno riconosciuto che un’occupazione totale del Libano sarebbe necessaria per disarmare completamente il movimento, rendendo quindi il coinvolgimento dello Stato libanese l’opzione più realistica. L’Istituto israeliano per gli studi sulla sicurezza nazionale ha proposto un programma di addestramento per i militari libanesi simile al «Piano Dayton» applicato in Cisgiordania contro Hamas.
L’analisi critica del Quincy Institute sottolinea che il piano serve principalmente gli interessi israeliani. Joshua Landis, professore all’Università dell’Oklahoma e fellow del Quincy Institute, ha affermato che «Rubio sta spingendo l’agenda israeliana» e che «la politica perseguita in Libano è perseguita puramente per gli interessi israeliani».
Gli ostacoli strutturali al piano sono però considerevoli. Il generale in pensione dell’esercito libanese Ali Abi Raad ha avvertito che l’esercito è multireligioso, riflettendo la composizione della società libanese, e che creare una forza speciale per cacciare e affrontare Hezbollah «trascinerebbe il paese in qualcosa di peggio della guerra civile», portando a «partizione e collasso dell’esercito». Questo rischio è amplificato dal crescente senso di vittimizzazione tra gli sciiti libanesi, alimentato dai colpi subiti da Hezbollah nella guerra del 2024 con Israele e dai bombardamenti israeliani su aree a maggioranza sciita nel sud.
Gli sciiti libanesi percepiscono minacce esistenziali da più direzioni: il fronte meridionale con Israele, la salita al potere in Siria di Ahmad al-Sharaa (ex comandante di Al-Qaeda), e l’influenza crescente del partito cristiano di destra «Forze libanesi» guidato dall’ex signore della guerra Samir Geagea, il più grande blocco parlamentare cristiano con rappresentanza nel governo. Aurelie Daher, docente all’Università Paris Dauphine, ha spiegato che per la stragrande maggioranza degli sciiti disarmare Hezbollah quando l’esercito libanese manca dei mezzi per respingere un’occupazione israeliana è inaccettabile.
L’analisi conclude che il Libano potrebbe sprofondare nel caos, con possibili benefici per Israele nel contesto di una strategia di espansione territoriale. L’instabilità libanese comporterebbe però costi significativi per gli Stati Uniti, destabilizzando la Siria dove l’amministrazione Trump ha investito nel sostegno ad al-Sharaa, oltre a compromettere la stabilità regionale più ampia.
Il piano Rubio ripropone lo schema del «disarmo dall’interno» già sperimentato in Cisgiordania, ma ignora le differenze strutturali critiche: l’esercito libanese non è un’istituzione controllata da una sola comunità, bensì uno specchio della società multireligiosa. Affidare a unità «verificate» il compito di disarmare Hezbollah equivarrebbe a trasformare l’istituzione militare in strumento di conflitto confessionale, con rischi di disgregazione che nessun addestramento esterno può mitigare. Per l’Italia e la NATO, una destabilizzazione del Libano comporterebbe effetti a cascata su Siria e Mediterraneo orientale, complicando ulteriormente uno scenario già fragile.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 1 maggio 2026




