Forze dell’ordine, le regole operative chiare sono il vero scudo penale

Roma, 5 agosto 2026 – I primi anni di utilizzo del taser hanno dimostrato la sua assoluta indispensabilità, che ci impone di dotarne presto ogni unità impiegata in servizio esterno. Soprattutto, però, ci hanno insegnato che una disciplina dettagliata del suo utilizzo non impedisce l’apertura di un procedimento penale quando l’intervento ha un esito infausto, ma, con molta probabilità, evita la condanna degli operatori che ne hanno fatto uso. Quanto meno, finora non se ne ha notizia.
La ragione è semplice: le condizioni e le modalità d’uso del taser sono state stabilite in modo preciso da un manuale operativo interforze. Il singolo agente non deve inventare sul momento come comportarsi, ma applicare regole definite in anticipo. È la stessa impostazione che propongo di estendere a tutte le attività demandate alle Forze di polizia: regole operative di impiego chiare, dettagliate e adeguate alle diverse situazioni.
Quando le regole operative non esistono o sono generiche, ogni scelta viene valutata col senno di poi, con il rischio di trasformare la necessaria discrezionalità dell’operatore in una condanna.
Quando invece lo Stato stabilisce prima come intervenire (come previsto per l’uso della forza e delle armi nelle missioni militari internazionali), diventa possibile distinguere con chiarezza chi ha rispettato le procedure da chi le ha violate.
I primi sarebbero scriminati dagli articoli 51 e 53 del codice penale e non avrebbero nulla da temere. Gli altri dovrebbero rispondere solo in caso di dolo o colpa grave (come i medici al tempo del covid).
Un poliziotto o un carabiniere non dovrebbe essere costretto a scegliere, in pochi secondi e mentre rischia la vita, tra la propria incolumità e il timore di affrontare un processo. Le regole operative dettagliate, quindi, tutelano sia i cittadini che chi è chiamato a proteggerli.


