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La nuova contesa per il Mar Rosso: Ankara consolida il controllo sulla Somalia

Secondo un’analisi pubblicata dal Royal United Services Institute (RUSI), la relazione tra Turchia e Somalia ha subito una trasformazione radicale negli ultimi quindici anni, passando da una iniziale missione umanitaria a un coinvolgimento strategico multidimensionale che abbraccia interessi energetici, controllo portuale e posizionamento militare nel Golfo di Aden e nel Mar Rosso.

Il punto di partenza risale ad agosto 2011, quando il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan visitò Mogadiscio durante una carestia devastante, divenendo il primo capo di stato non africano a recarsi in Somalia in quasi due decenni. Quella visita generò una ondata di simpatia verso la Turchia, consolidatasi negli anni successivi attraverso soft power: migliaia di studenti somali hanno studiato in Turchia, le élite di Mogadiscio vi trascorrono vacanze, e marchi turchi sono divenuti simboli di aspirazione della classe media locale.

Nel corso del tempo, Ankara ha assunto il controllo della gestione del porto e dell’aeroporto di Mogadiscio, mentre Camp TURKSOM – la più grande base militare turca all’estero – ha addestrato migliaia di forze speciali Gorgor dal 2017. A differenza degli Emirati Arabi Uniti e dell’Etiopia, che hanno coltivato legami con amministrazioni regionali semi-autonome come Puntland e Jubaland, la Turchia ha mantenuto un rapporto esclusivo con il governo federale di Mogadiscio.

L’elemento più significativo della trasformazione recente riguarda lo sfruttamento degli idrocarburi. Nel 2024, Turchia e Somalia hanno concluso un accordo rapido per l’estrazione delle risorse petrolifere somale, con studi sismici che suggeriscono riserve di circa 30 miliardi di barili, pari a circa un quarto delle attuali riserve accertate degli Emirati Arabi. Nel maggio 2026, la nave perforatrice turca Çağrı Bey è arrivata nel porto di Mogadiscio per iniziare le operazioni di perforazione esplorativa nel sito Curad-1, situato a 370 chilometri dalla capitale a una profondità di 7.500 metri.

Tuttavia, l’accordo è stato criticato per i suoi termini squilibrati: la Turchia può recuperare fino al 90 per cento dei costi di produzione prima di qualsiasi condivisione dei profitti, mentre le royalty somale sono limitate al 5 per cento. Contemporaneamente, la dimensione militare della relazione si è intensificata, con jet, droni, elicotteri e navi da guerra turche dispiegati a Mogadiscio, anche in operazioni contro Al-Shabaab.

L’analisi del RUSI sottolinea che il governo somalo ha utilizzato il supporto turco per consolidare il potere interno, riscrivendo la Costituzione provvisoria nel 2026 e fondando un partito di governo modellato sul movimento di Erdoğan. In marzo 2026, Ankara è stata accusata di aver facilitato militarmente e fiscalmente l’allontanamento di un leader regionale che si era opposto all’agenda elettorale del governo.

Più ampiamente, la presenza turca in Somalia rappresenta un elemento di una più vasta riconfigurazione geopolitica nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, dove Turchia, Israele, Emirati Arabi, Arabia Saudita e Qatar competono per il controllo di porti, rotte commerciali e risorse energetiche. È prevista anche la costruzione di una base militare turca a Laas Qoray, in una regione contesa del Golfo di Aden, come risposta diretta alla crescente presenza israeliana ed emiratina in Somaliland.

L’analisi del RUSI documenta una dinamica che un osservatore militare italiano non può ignorare: la Turchia sta costruendo una catena di controllo strategico nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden attraverso basi, infrastrutture portuali e accordi energetici, in parallelo con il declino della presenza occidentale tradizionale. Per l’Italia, che mantiene interessi significativi nel Corno d’Africa e nel Mediterraneo allargato, questo rappresenta uno spostamento degli equilibri regionali verso attori che operano secondo logiche transazionali e non multilaterali. La questione non è se la Turchia abbia diritto a perseguire i propri interessi – lo ha – ma se il collasso della struttura multilaterale post-Guerra Fredda, che l’autore identifica come causa di fondo, comporti rischi di instabilità che ricadono anche sulle rotte commerciali e sulla sicurezza energetica europea.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 6 maggio 2026

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