Dopo la guerra con l’Iran, gli Emirati si ritrovano isolati nel Golfo

Può un paese uscire rafforzato da una guerra e trovarsi al tempo stesso più solo tra i propri alleati regionali? È la domanda che Responsible Statecraft pone a proposito degli Emirati Arabi Uniti, analizzando le conseguenze del conflitto tra Stati Uniti e Iran e del successivo «Memorandum d’intesa di Islamabad» che ha aperto la strada a negoziati tra Washington e Teheran.
Durante il conflitto, l’Iran ha colpito gli Emirati con oltre 3.000 droni e missili, un numero superiore a quello degli attacchi subiti complessivamente dagli altri cinque membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). Israele ha risposto dispiegando il sistema Iron Dome e personale militare sul territorio emiratino, un gesto che ha lasciato un segno duraturo nelle percezioni di Abu Dhabi. Gordon Gray, già ambasciatore statunitense in Tunisia, ha dichiarato a Responsible Statecraft che gli attacchi iraniani hanno consolidato il rapporto emiratino-israeliano e che Abu Dhabi non dimenticherà il sostegno ricevuto da Tel Aviv.
Il problema è che questo avvicinamento a Israele genera attrito con altri membri del CCG. Il bombardamento israeliano di Doha nel settembre 2025 ha alimentato in Arabia Saudita la percezione che Tel Aviv rappresenti una minaccia anche per le monarchie del Golfo che non hanno aderito al processo di normalizzazione. In questo contesto, l’allineamento emiratino con Israele si somma ad altre fonti di frizione con Riyadh: l’uscita degli Emirati dall’OPEC e dall’OPEC+ all’inizio del 2026, il sostegno al Consiglio di Transizione del Sud (STC) nello Yemen meridionale e orientale, il riconoscimento del Somaliland e il sostegno alle Rapid Support Forces (RSF) in Sudan.
Se l’«Islamabad MoU» dovesse tradursi in un accordo più stabile tra Stati Uniti e Iran, Rob Geist Pinfold, docente di sicurezza internazionale al King’s College di Londra, prevede una ripresa della «guerra ombra» israelo-iraniana, con gli Emirati che potrebbero assistere clandestinamente Israele attraverso la condivisione di intelligence e la sorveglianza congiunta. Una prospettiva che, secondo Pinfold, potrebbe complicare ulteriormente i rapporti di Abu Dhabi con il resto del Golfo.
La geopolitica del Corno d’Africa aggiunge un ulteriore livello di complessità. Israele è diventato il primo paese a riconoscere formalmente l’indipendenza del Somaliland in un processo mediato dagli Emirati, che mantengono già una presenza militare a Berbera. Gray ritiene che Abu Dhabi potrebbe essere il prossimo paese a riconoscere la repubblica separatista, il che allargherebbe la frattura all’interno del CCG a spese della Somalia, membro della Lega Araba.
Quanto al Sudan, né la guerra né i missili iraniani hanno indotto Abu Dhabi a interrompere il sostegno alle RSF. Riyadh considera questa posizione destabilizzante per i propri interessi, e la questione continuerà probabilmente ad alimentare la rivalità saudita-emiratina.
Secondo Jelena Novakov, analista geopolitica con sede a Belgrado, Abu Dhabi si trova di fronte a un difficile equilibrio: proseguire la cooperazione con Israele in difesa, intelligence, tecnologia e commercio, gestendo al contempo i costi politici di un’associazione troppo visibile con Tel Aviv. Novakov non si aspetta che gli Emirati abrogheranno gli Accordi di Abramo, ma prevede che Abu Dhabi punterà su diplomazia, de-escalation e questioni umanitarie per preservare la propria credibilità con i partner arabi. La coesione del CCG e la stabilità di un’area che si estende dal Golfo al Corno d’Africa dipenderanno in misura significativa dalla capacità emiratina di tenere insieme interessi nazionali sempre più divergenti da quelli regionali.
Il commento di GrNet.it
Oltre 3.000 droni e missili su un singolo paese del Golfo in un unico conflitto: per un pianificatore della difesa, quella cifra ridefinisce la scala della minaccia missilistica e cambia il calcolo delle priorità di difesa aerea nell’intera regione. L’Italia, con interessi commerciali ed energetici significativi nel Golfo e una presenza navale nell’area, ha ragione di seguire con attenzione la traiettoria emiratina: un Abu Dhabi sempre più orientato verso Tel Aviv e in rotta di collisione con Riyadh modifica gli equilibri su cui si reggono molte delle nostre partnership regionali. Vale la pena notare che la frammentazione interna al CCG — su Yemen, Sudan, Somaliland, OPEC — non è un fenomeno nuovo, ma il conflitto con l’Iran ne ha accelerato la visibilità, rendendo più difficile per i paesi terzi appoggiarsi al Golfo come a un blocco coerente. Resta aperta la questione di come Roma intenda posizionarsi qualora la «guerra ombra» tra Israele e Iran riprenda con la partecipazione, anche solo clandestina, degli Emirati.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 18 giugno 2026




