Diesel russo e Ucraina: per Paikin l’Europa non deve perdere di vista l’intesa complessiva

«La speranza non è una strategia». Con questa frase Zachary Paikin, in un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, la testata del Quincy Institute, liquida l’attesa che le sanzioni costringano Mosca a cambiare rotta. La tesi di fondo è che Washington debba contribuire a un equilibrio europeo in grado di reggersi da solo, e che un accordo complessivo sulla guerra in Ucraina ne sia condizione necessaria ma non sufficiente.
Il punto di partenza è l’intesa annunciata per revocare le sanzioni statunitensi sul diesel russo, a ridosso delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Concepita per alleggerire la pressione sui mercati del carburante, secondo l’autore inciderà poco sui consumi americani e sui prezzi globali. Restano inoltre poco chiare le sue conseguenze sui negoziati per chiudere il conflitto.
Paikin respinge due letture opposte. Chi vede nell’accordo un cedimento inaccettabile ha scarse prove che stringere ulteriormente Mosca produca risultati: dopo quasi cinque anni di guerra di logoramento, costata centinaia di migliaia di vite, la Russia non sembra vicina al collasso economico. D’altro canto, il fatto che la pressione non abbia funzionato non implica che intese come quella sul diesel rilancino da sole la via diplomatica. L’amministrazione Trump usa volentieri il linguaggio degli affari, ma questo non sostituisce la soluzione dei nodi politici e di sicurezza che hanno originato la guerra.
Sul fronte della tregua energetica, l’autore ritiene che Washington abbia sperato invano in un effetto distensivo. Mosca avrebbe letto la disponibilità dichiarata da Zelensky come un segno di debolezza, concludendo che i propri attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine costino a Kiev più di quanto i raid ucraini sulle raffinerie costino alla Russia. Un assenso russo è possibile solo a fronte di un alleggerimento molto più ampio delle sanzioni, che Kiev giudicherebbe una concessione capace di rimpinguare le risorse belliche di Mosca.
Più promettente appare, per Paikin, l’idea riferita dalla stampa di «allargare la torta» includendo le questioni generali di sicurezza. La guerra, ricorda, nasce da decenni di visioni contrapposte su chi stabilisca le regole della sicurezza europea e con quali mezzi. Sulle proposte che circolerebbero tra interlocutori americani, europei e ucraini invita però a sospendere il giudizio, perché i dettagli sono incerti. Alcuni elementi riportati, come il rilascio di parte degli asset russi congelati o nuovi gasdotti dalla Russia all’Europa, sarebbero difficili da accettare per gli europei. Il congelamento lungo l’attuale linea del fronte contrasta invece con la posizione dichiarata da Mosca.
L’autore insiste sul fattore tempo. In Francia i sondaggi più recenti collocano al secondo posto Jean-Luc Mélenchon: uno scenario che renderebbe quasi certa la vittoria di Marine Le Pen al ballottaggio, mettendo in discussione la candidatura di Kiev all’Unione europea e il futuro degli aiuti europei. Paikin richiama poi il suggerimento dell’allora capo di stato maggiore congiunto Mark Milley, a fine 2022, di negoziare finché l’Ucraina era in posizione di forza. Quelle parole furono ignorate e la leva di Kiev si è ridotta. Quanto ai mesi recenti, sostiene che non abbiano visto una svolta a favore dell’Ucraina e che la tesi contraria sia servita a rinviare scelte difficili.
Ci sono, aggiunge, ragioni per dubitare che gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner dispongano dei mezzi per trattare un nuovo assetto di sicurezza europeo. Indipendentemente dal diritto dell’Ucraina a difendersi, a suo avviso vi sarebbero motivi per ritenere che Zelensky abbia un interesse personale nella prosecuzione del conflitto, per timore di ciò che potrebbe accadergli una volta lasciato il potere.
Gli europei, conclude Paikin, non possono sacrificare quella che potrebbe essere l’ultima occasione per un esito dignitoso. Essere un «attore geopolitico» significa saper usare sia incentivi sia strumenti coercitivi, nei confronti di entrambi i belligeranti, perché ogni accordo richiederà compromessi da tutte e due le parti, a prescindere da chi abbia ragione sul piano morale. Il rischio indicato è che, senza un’azione decisa, anche il «buono» sfugga presto alla portata.
Il commento di GrNet.it
Un ufficiale incaricato di verificare una tregua energetica avrebbe sul tavolo due elenchi, raffinerie da una parte e centrali dall’altra, e nessuna indicazione su chi controlli e con quali mezzi: è il vuoto operativo che l’analisi non affronta. Paikin ha ragione nel chiedere un negoziato più ampio, ma l’affermazione che Zelensky abbia un interesse personale a prolungare la guerra è presentata come motivo di credere, senza elementi verificabili, e va distinta dai fatti documentati, come i sondaggi francesi. Per un Paese mediterraneo e importatore di energia come l’Italia, l’ipotesi di nuovi gasdotti dalla Russia all’Europa meriterebbe una discussione a parte, che nel testo manca. Resta aperta anche la questione di quali strumenti coercitivi gli europei possano davvero esercitare su entrambe le parti.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 16 ottobre 2026






