La guerra con l’Iran segna il declino della supremazia americana

Secondo un’analisi pubblicata dal Quincy Institute, il conflitto tra Stati Uniti e Iran rappresenta un punto di rottura nella strategia di primazia americana che ha dominato la politica estera statunitense per decenni. L’articolo sostiene che la guerra in Ucraina ha già dimostrato come uno Stato più debole, con la giusta strategia geografica e determinazione, possa resistere e contenere una potenza militare superiore. Gli Stati Uniti si trovano ora di fronte a un parallelo sconfortante: il conflitto iraniano espone i limiti strutturali del potere americano.
La strategia di primazia americana si è basata sulla convinzione che la superiorità militare consentisse agli Stati Uniti di mantenere la stabilità globale e di plasmare gli esiti regionali. Tuttavia, dopo i fallimenti in Iraq e Afghanistan, una larga parte dell’opinione pubblica americana ha concluso che il costo di questa strategia non è più sostenibile. Una dottrina che dipende dal dominio militare ovunque, in ogni momento, produce inevitabilmente guerre continue. Nonostante l’affaticamento della popolazione, le pressioni fiscali e le promesse politiche di terminare i conflitti senza fine, l’inerzia e gli interessi economici legati alla guerra hanno mantenuto intatta la strategia di primazia.
Il conflitto iraniano differisce significativamente da quello iracheno. Nel 2003, gli Stati Uniti vinsero la fase militare in tre settimane, ma persero la pace quando l’insurrezione prese piede. In Iran, gli Stati Uniti non hanno nemmeno vinto la fase militare, pur affrontando una forza convenzionale molto più debole. L’Iran ha sfruttato la geografia e le tattiche asimmetriche per contenere il potere americano e infliggere una battuta d’arresto strategica. Le affermazioni iniziali secondo cui i raid aerei americani avrebbero degradato significativamente le capacità di droni e missili iraniani si sono rivelate esagerate. Il controllo dello spazio aereo non garantisce il controllo dei risultati.
Un secondo elemento distingue i due conflitti: mentre la guerra in Iraq ha raggiunto il suo obiettivo immediato, l’abbattimento di Saddam Hussein, in Iran accade l’opposto. Anziché indebolire il regime, il conflitto sembra averlo rafforzato, consolidando la coesione interna e rafforzando il controllo dei falchi. Inoltre, mentre la guerra irachena ha destabilizzato la regione senza provocare crisi energetiche globali significative, il conflitto iraniano ha già mandato in turbolenza i mercati energetici, spingendo i prezzi del petrolio e del gas a livelli record e scatenando emergenze energetiche in più paesi.
L’analisi suggerisce che la primazia non era una necessità storica, ma una scelta strategica che potrebbe non essere più praticabile. Una strategia costruita sul dominio dell’escalation vacilla quando l’escalation stessa diventa troppo rischiosa. Quella che si basa su vittorie decisive si sgretola quando gli avversari possono imporre costantemente uno stallo. L’esito più probabile dello stallo attuale tra Stati Uniti e Iran non è un accordo né il ritorno alla guerra su larga scala, ma un equilibrio prolungato e precario. Gli alleati che hanno scelto di dipendere dalla protezione americana dovrebbero considerare questo un campanello d’allarme: gli alleati continueranno a esistere, ma cambieranno, ricercando maggiore autonomia e diversificazione delle relazioni di sicurezza.
Nel complesso, questi conflitti indicano un mondo più multipolare, non perché nuove grandi potenze si sono pienamente affermate, ma perché le potenze esistenti non possono più dominare come un tempo. Il pericolo per Washington non è l’irrilevanza, ma il perseguire una strategia concepita per un mondo che non esiste più.
L’analisi del Quincy Institute tocca un nervo scoperto della NATO: se la primazia americana non è più sostenibile, l’Europa e l’Italia non possono continuare a costruire la propria sicurezza su una garanzia che si rivela sempre più fragile. Il conflitto iraniano, a differenza di Iraq, ha conseguenze energetiche dirette sul Mediterraneo e sull’economia europea, rendendo il tema non accademico ma operativo. La lezione ucraina e quella iraniana convergono su un punto: la geografia e la resistenza asimmetrica contano più della superiorità aerea. Per l’Italia, membro NATO con interessi critici nel Golfo Persico e nel Mediterraneo, questo significa che la diversificazione delle capacità di difesa autonoma non è più una scelta strategica opzionale, ma una necessità.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 8 maggio 2026


