La diplomazia asiatica di Putin non basta a piegare Kiev

«La diplomazia asiatica di Putin va presa sul serio, ma ha i suoi limiti»: è la valutazione con cui Chatham House riassume il senso del vertice ASEAN-Russia di Kazan e della visita di Putin a Pechino a maggio. Mentre i leader del G7 ribadivano il sostegno all’Ucraina e minacciavano nuova pressione economica su Mosca, Putin ospitava a Kazan i capi di Stato dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico, ASEAN, nessuno dei quali ha interrotto i rapporti con la Russia o si è unito all’Occidente nel trattarla come uno Stato paria.
Secondo il think tank britannico, a oltre quattro anni dall’invasione su vasta scala, Russia non è isolata come molti governi occidentali speravano: gran parte di Asia, Medio Oriente, Africa e America Latina continua a intrattenere rapporti con Mosca, spesso per interesse strategico più che per simpatia. Il Cremlino resta una potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, esportatore energetico di primo piano e partner utile per Stati che non vogliono farsi dettare le proprie scelte strategiche dall’Occidente.
Il nodo, sostiene Chatham House, è un altro: questa visibilità diplomatica rinnovata non si traduce in un accordo sull’Ucraina alle condizioni russe. Il mancato riscontro di Putin alla lettera aperta e all’invito all’incontro del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy è indicativo di una strategia dell’attesa: tenere le posizioni, avanzare dove possibile, logorare i cicli politici occidentali e riservare la diplomazia al momento in cui i rapporti di forza saranno mutati a favore di Mosca.
Questa logica di resistenza, per quanto sostenibile sul piano militare — vista la fragilità politica del sostegno occidentale a Kiev e l’imprevedibilità crescente degli Stati Uniti — non ha prodotto una svolta diplomatica. Mosca non ha piegato Kiev sulle rivendicazioni territoriali, non ha spaccato il G7 e non ha convinto Cina, India o Paesi ASEAN a sposare il suo obiettivo finale.
Sul rapporto con Pechino, il rapporto distingue con chiarezza: la Cina è diventata partner economico indispensabile per Mosca, acquirente di petrolio e gas, fornitrice di beni industriali e canale per attenuare l’impatto delle sanzioni occidentali. Ma non condivide l’obiettivo di una vittoria russa in Ucraina: a Pechino conviene che la Russia distragga gli Stati Uniti e indebolisca la coesione occidentale, non che trascini la Cina in un confronto diretto con l’Occidente sul dossier ucraino. La relazione bilaterale, scrive Chatham House, aiuta Mosca a resistere, non a vincere sul piano diplomatico.
Anche il vertice di Kazan, conclusosi con l’impegno a rafforzare la cooperazione ASEAN-Russia, va letto in questa chiave. Prima del 2022 Mosca poteva presentarsi come terzo polo autonomo rispetto a Stati Uniti e Cina; oggi la sua industria della difesa è assorbita dalla guerra, le sanzioni complicano pagamenti e trasferimenti tecnologici, e la crescente dipendenza da Pechino rende più difficile per gli Stati asiatici vederla come reale contrappeso alla Cina. Gli Stati ASEAN commerciano con Mosca quando conviene, ma non intendono aderire a un campo russo.
La conclusione di Chatham House è netta: i partner di Mosca rifiutano la pressione occidentale all’isolamento, ma nella maggioranza dei casi non sposano gli obiettivi bellici russi. Preservano opzioni, non aderiscono a un progetto.
Il commento di GrNet.it
Un tavolo diplomatico affollato a Kazan, con delegazioni ASEAN sedute accanto a Putin, e nessuna firma che riconosca le rivendicazioni territoriali russe sull’Ucraina: è la scena che riassume meglio i limiti di questa offensiva diplomatica. Per un osservatore con esperienza di pianificazione operativa, la distinzione tracciata da Chatham House tra resistenza sul campo e capacità negoziale è quella che conta di più: un esercito può logorare l’avversario senza che questo produca automaticamente condizioni politiche favorevoli al tavolo. Per l’Italia e per il fianco sud della NATO la lezione è che il tempo, da solo, non lavora necessariamente per Mosca sul piano diplomatico, anche se lo fa su quello militare in assenza di una accelerazione della produzione europea. Resta da capire quanto i canali di comunicazione aperti da alcuni governi europei con il Cremlino, citati nell’analisi, riflettano preparazione realistica a una fase negoziale lunga piuttosto che un cedimento tattico sulla postura di deterrenza.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 23 giugno 2026



