Il Pakistan può restare mediatore o rischia di diventare parte in causa?

Può Islamabad continuare a fare da ponte tra Washington, Teheran e le monarchie del Golfo ora che la guerra tra Stati Uniti e Iran è ripresa? Secondo l’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, la risposta che i fatti stanno già dando è negativa: il Pakistan rischia di essere trascinato in un conflitto che aveva contribuito ad allentare solo poche settimane prima.
Ad aprile il capo di stato maggiore Asim Munir aveva fatto la spola tra Washington, Teheran e le capitali del Golfo, contribuendo a organizzare i primi colloqui diretti tra Stati Uniti e Iran dopo anni e il memorandum d’intesa di Islamabad, firmato a giugno dal vicepresidente americano JD Vance, che aveva definito Munir una delle persone «molto, molto importanti» della sua vita. Il primo ministro Shehbaz Sharif aveva parlato di un «sole di progresso e prosperità» per l’economia pachistana.
Quella fase si è chiusa: il presidente Donald Trump ha dichiarato l’accordo «finito» ai primi di luglio, dopo di che gli Stati Uniti hanno colpito obiettivi civili e militari in Iran; Teheran, tramite il vice ministro degli Esteri Kazem Gharibabadi, ha annunciato il 18 luglio la sospensione di tutti gli obblighi previsti dall’intesa.
L’esposizione più diretta per Islamabad riguarda l’Arabia Saudita, dove l’Iran ha colpito la base aerea di Prince Sultan ad al-Kharj, primo attacco diretto sul suolo saudita da marzo, pochi giorni dopo che gli Houthi yemeniti, alleati di Teheran, avevano lanciato missili contro l’aeroporto di Abha. Il Pakistan ha un patto di difesa reciproca con Riyadh firmato l’anno scorso e ha già inviato caccia e migliaia di soldati nel regno dopo precedenti attacchi iraniani alle infrastrutture energetiche saudite. Fonti citate da Reuters riferiscono che Islamabad avrebbe comunicato direttamente a Teheran che attacchi contro l’Arabia Saudita saranno trattati come attacchi contro il Pakistan stesso.
Il tono contrasta con la scelta del 2015, quando il parlamento pachistano votò all’unanimità per la neutralità di fronte a una richiesta saudita quasi identica di unirsi alla coalizione anti-Houthi. Il Pakistan ospita inoltre la seconda popolazione sciita al mondo dopo l’Iran, e l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei a febbraio ha innescato disordini mortali a Karachi e Islamabad, tanto che lo stesso Munir ha dovuto intervenire per calmare le manifestazioni nei quartieri sciiti.
Ora anche il Kuwait, colpito ripetutamente dall’Iran, chiede un patto di difesa analogo che includerebbe migliaia di soldati, caccia, droni e sistemi di difesa aerea pachistani, secondo quanto riportato da Reuters. Un funzionario della sicurezza pachistana citato in forma anonima ha però precisato che il Paese «non può considerare, in questa fase, lo schieramento di truppe da combattimento».
Durante la crisi, gli Emirati Arabi Uniti hanno richiamato un prestito da 3,5 miliardi di dollari e avviato espulsioni di lavoratori sciiti pachistani, lettura interpretata come ritorsione per il presunto favore accordato a Teheran; l’Arabia Saudita ha coperto il vuoto con 3 miliardi di dollari aggiuntivi. Il rapporto sottolinea che l’economia resta il vero movente pachistano: più della metà delle entrate fiscali serve al servizio del debito, e il Paese è al suo venticinquesimo programma del Fondo Monetario Internazionale.
Il commento di GrNet.it
Nel 2015 il parlamento di Islamabad votò all’unanimità per restare fuori dalla guerra in Yemen; oggi lo stesso Paese comunica a Teheran che un attacco all’Arabia Saudita sarà trattato come un attacco a se stesso, un rovesciamento di postura che misura quanto la rete di patti di difesa firmati in pochi mesi abbia eroso il margine di manovra diplomatica. Per una forza armata abituata a bilanciare fedeltà settarie interne, impegni contrattuali con Riyadh e canali aperti con Teheran, l’accumulo di garanzie a più capitali del Golfo, dalla Arabia Saudita al Kuwait, produce l’effetto opposto a quello dichiarato: meno flessibilità operativa, non di più. È un caso di scuola su come la mediazione regionale, se non sostenuta da una reale capacità di deterrenza autonoma, rischi di trasformare il mediatore in ostaggio degli eventi che pretende di governare. Per l’Italia, che nel Mediterraneo allargato coltiva relazioni parallele con attori in tensione tra loro, il caso pachistano offre un promemoria sulla differenza tra credibilità diplomatica e sostenibilità militare di un impegno multiplo.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 22 luglio 2026




