Osservatorio StrategicoUcraina

La caduta di Fedorov espone le fratture del fronte interno ucraino

Perché Volodymyr Zelensky ha scelto di rimuovere proprio l’uomo che aveva dato a Kyiv un margine di manovra contro Mosca? La risposta proposta da Mark Episkopos su Responsible Statecraft è che Mykhailo Fedorov, a differenza di larga parte della leadership militare e politica ucraina, aveva compreso appieno lo squilibrio strutturale tra Ucraina e Russia e aveva costruito una strategia coerente con quel limite, salvo poi pagarne il prezzo politico.

Secondo l’autore, mentre una parte consistente dei vertici ucraini ragionava ancora in termini simili al criticato metodo del conteggio dei corpi adottato dal generale Westmoreland durante la guerra del Vietnam, Fedorov puntava sul vantaggio comparato dell’Ucraina nell’innovazione dei droni e nell’automazione, in una logica di «middle strike» che sposta il baricentro del conflitto dal fronte orientale e sudorientale verso le retrovie russe.

La campagna di attacchi ucraini in territorio russo che ne è derivata ha prodotto, secondo l’articolo, un costo economico, politico e psicologico per Mosca. Non ha modificato gli equilibri di fondo di un conflitto in cui la Russia mantiene un vantaggio complessivo in uomini e mezzi, ma ha garantito a Kyiv respiro operativo e una leva di pressione.

Zelensky ha già nominato al posto di Fedorov Yevhenii Khmara, capo facente funzioni del Servizio di sicurezza ucraino (SBU). Episkopos ritiene tuttavia improbabile che la strategia del middle strike possa proseguire senza Fedorov, che non solo l’aveva ideata ma era disposto ad accettarne i costi politici.

Il nodo, spiega l’autore, sta nella logistica: sostenere un simile programma di attacchi richiede investimenti ingenti e una revisione dei meccanismi di approvvigionamento, il che ha portato Fedorov a scontrarsi con fornitori legati a reti politiche e con margini di profitto fuori mercato, imponendo gare competitive per abbassare i costi unitari di munizioni ed equipaggiamenti. Lo stesso Fedorov ha dichiarato: «Abbiamo agito con durezza come Stato, spezzando le strategie di alcune aziende. Ma come posso giustificare l’acquisto di proiettili di cui abbiamo già surplus, quando scarseggiano altri tipi di munizioni?».

Questa impostazione, insieme al tentativo di riformare il sistema dei corpi delle Forze armate ucraine (AFU), gli ha alienato settori influenti del comparto industriale-militare e della burocrazia. Fedorov avrebbe anche chiesto la rimozione del comandante in capo Oleksandr Syrskyi, considerato portatore di una mentalità di stampo sovietico contraria alle riforme necessarie. Syrskyi, più esperto politicamente, ha prevalso, mentre Fedorov non è riuscito a costruire una coalizione di sostegno sufficiente.

Il licenziamento ha suscitato reazioni critiche persino dall’apparato mediatico statale e ha già innescato proteste che, secondo l’articolo, potrebbero avvicinarsi per intensità a quelle dello scorso anno contro lo smantellamento dell’Ufficio nazionale anticorruzione ucraino (NABU).

Episkopos osserva che Zelensky ha finora dimostrato una notevole capacità di resistenza politica, come già emerso con il dietrofront sulla legge NABU e con il licenziamento del suo stretto collaboratore Andriy Yermak dopo accuse di corruzione. Questa tenuta si spiega con il sostegno pressoché totale dei leader europei e con la valutazione dell’amministrazione Trump, maturata dopo il confronto alla Casa Bianca del febbraio 2025, secondo cui sostituire Zelensky non risolverebbe i nodi strutturali che bloccano un accordo di pace. L’autore conclude che, pur non essendo isolatamente fatali, gli scandali accumulati stanno erodendo l’aura di intoccabilità di cui Zelensky ha goduto dal 2022 fino al periodo Biden.

Il commento di GrNet.it

La vicenda richiama la logica di certe epurazioni negli eserciti coalizionali della Seconda guerra mondiale, quando comandanti innovativi ma politicamente scomodi venivano sacrificati per tenere insieme il fronte interno, anche a costo di indebolire l’efficacia operativa. Fedorov aveva colpito un nervo sensibile del sistema ucraino, quello degli appalti militari, terreno su cui in ogni conflitto prolungato si annidano rendite di posizione difficili da smontare senza pagare un prezzo politico. Per l’Italia e per i partner europei che finanziano lo sforzo bellico ucraino, la lezione riguarda la trasparenza delle filiere di procurement, che condiziona non solo l’efficienza militare ma anche la sostenibilità politica interna del sostegno a Kyiv. Resta aperta la domanda se la strategia degli attacchi in profondità sopravviverà alla sua rimozione o se tornerà a prevalere un approccio più tradizionale, meno esposto a queste tensioni.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 17 luglio 2026

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