Perché la guerra all’Iran del 2026 ha svuotato gli Accordi di Abramo

Che cosa resta della logica strategica su cui furono costruiti gli Accordi di Abramo, dopo che la guerra all’Iran del 2026 ha smentito proprio la premessa che li sosteneva? Poco o nulla, secondo l’analisi di Abdelrahim Shalaby pubblicata su Responsible Statecraft, che ricostruisce il percorso che ha portato dall’entusiasmo del 2020 alla crisi attuale.
Gli Accordi, ricorda l’autore, nacquero per aggirare l’Iniziativa di Pace Araba del 2002, che condizionava la normalizzazione con Israele alla nascita di uno Stato palestinese sui confini del 1967. Washington scelse invece la via dello scambio di interessi bilaterali: agli Emirati Arabi Uniti e al Bahrein furono offerte garanzie di sicurezza contro l’Iran e prospettive di cooperazione militare e tecnologica con Israele; al Marocco il riconoscimento americano della sovranità su Sahara occidentale; al Sudan l’uscita dalla lista statunitense degli Stati sponsor del terrorismo e la fine dell’isolamento economico.
L’articolo sottolinea come anche i mancati aderenti abbiano seguito logiche precise. L’Arabia Saudita ha mantenuto il vincolo esplicito tra normalizzazione e percorso verso uno Stato palestinese, per non compromettere il proprio ruolo nel mondo arabo e islamico. Qatar e Oman hanno preservato il proprio vantaggio geopolitico, fondato sulla capacità di dialogare con Stati Uniti, Iran e altre potenze regionali, un asset che l’adesione agli Accordi avrebbe eroso. Il Kuwait ha più volte dichiarato, per vincolo costituzionale e politico, che sarà l’ultimo Stato arabo a stabilire relazioni diplomatiche con Israele.
Per l’autore, gli Accordi non si sono limitati a mettere da parte la questione palestinese: hanno segnalato che essa non occupava più un posto centrale tra le priorità regionali. È in questo contesto che colloca l’attacco di Hamas del 7 ottobre, letto come un rigetto violento di questa traiettoria da parte delle fazioni palestinesi, convinte che solo uno shock di portata regionale potesse impedire l’esclusione definitiva della causa palestinese dall’agenda internazionale. Le conseguenze, scrive Shalaby, sono state disastrose, con Gaza a pagarne il prezzo più alto.
Il punto centrale dell’analisi riguarda però la guerra del 2026 e gli accordi che ne sono seguiti. Il conflitto avrebbe dimostrato che le garanzie di sicurezza alla base degli Accordi di Abramo erano meno solide di quanto apparisse, e che i precedenti tentativi di contenimento dell’Iran non avevano raggiunto l’obiettivo. Teheran, secondo l’autore, si è affermata come potenza regionale che nessun assetto di sicurezza nel Golfo Persico può più permettersi di escludere, facendo venir meno l’idea stessa che l’ombrello di sicurezza americano da solo potesse garantire stabilità agli alleati della regione.
Da qui la proposta conclusiva dell’autore: superare gli Accordi di Abramo con quelli che definisce «Sons of Abraham Accords», un quadro fondato sul riconoscimento reciproco tra israeliani e palestinesi e su un percorso irreversibile verso la statualità palestinese come contropartita della normalizzazione piena con Israele.
Il commento di GrNet.it
Il dato che pesa di più in questa analisi è la data: il conflitto del 2026 ha fatto emergere in pochi mesi ciò che un quarto di secolo di diplomazia non era riuscito a chiarire, ossia che l’ombrello di sicurezza americano nel Golfo non era una garanzia strutturale ma una scommessa politica. Per un osservatore con formazione militare, la lezione operativa è che accordi di normalizzazione costruiti su deterrenza esterna, senza un bilanciamento regionale autonomo, restano vulnerabili al primo shock che ne testi la tenuta reale. Resta da vedere se la proposta di un nuovo quadro fondato sulla statualità palestinese sia più un’indicazione politica che un percorso negoziale concreto, ma il punto sollevato dall’autore, sulla fragilità di architetture che escludono un attore centrale del sistema regionale, meriterebbe attenzione anche a Bruxelles e Roma, che nel Mediterraneo allargato hanno interessi diretti nella stabilità del Golfo.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 15 luglio 2026




