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Divieto UE sul commercio con gli insediamenti israeliani, l’appello di quattro ex leader

«Questa misura non sarebbe una sanzione contro Israele, ma uno strumento per garantire la coerenza della politica commerciale UE con il diritto internazionale»: è il passaggio centrale di un commento pubblicato dal think tank European Council on Foreign Relations (ECFR), firmato da Sigmar Gabriel, ex vicecancelliere tedesco, Arancha González Laya, ex ministra degli Esteri spagnola, Pascal Lamy, ex commissario UE al Commercio e già direttore generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, Enrico Letta, ex presidente del Consiglio italiano, e Cecilia Malmström, ex commissaria UE al Commercio.

Il testo arriva alla vigilia della riunione dei ministri degli Esteri UE del 13 luglio, convocata per discutere la riduzione degli scambi commerciali con gli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania. L’iniziativa segue con notevole ritardo il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) del 2024, che ha ricordato agli Stati l’obbligo di «adottare misure per impedire relazioni commerciali o d’investimento» che sostengano la continuità degli insediamenti.

Gli autori sottolineano come il commercio con l’Unione Europea, pur limitato nel confronto con l’insieme degli scambi UE-Israele, sia decisivo per la sostenibilità economica degli insediamenti. L’UE assorbe infatti il 63% delle esportazioni israeliane di frutta e verdura, categoria tipica della produzione degli insediamenti, e si può ragionevolmente presumere una quota analoga per i prodotti provenienti specificamente da quei territori.

L’UE condanna l’occupazione illegale della Palestina e ha rifiutato di applicare l’accordo di associazione con Israele agli scambi con gli insediamenti, ma secondo gli autori questa impostazione resta insufficiente. La cosiddetta «politica di differenziazione» attualmente in vigore identifica i prodotti degli insediamenti tramite codice postale, imponendo il pagamento della tariffa piena all’ingresso nell’UE. Il meccanismo, tuttavia, non ha inciso in modo significativo sul commercio, sia per le tariffe spesso contenute sia per un’applicazione debole dei controlli. Anche un rafforzamento dell’enforcement non basterebbe, aggiungono, poiché Israele compensa gli esportatori dei prodotti degli insediamenti per i dazi versati all’UE, come documentato da Human Rights Watch in una lettera al Collegio dei Commissari.

Diversi Stati membri si trovano in fase avanzata nell’adozione di legislazioni nazionali per vietare il commercio con gli insediamenti, e alcuni — tra i casi citati Belgio, Norvegia, Paesi Bassi e Spagna — hanno già proceduto in tal senso, spesso includendo anche i servizi. I divieti nazionali restano però di efficacia limitata a causa della libera circolazione delle merci nel mercato interno UE: gli autori chiedono quindi un divieto a livello di blocco, esteso sia ai beni sia ai servizi.

Gli autori richiamano precedenti in cui l’UE ha adottato misure commerciali con finalità non economiche ma di tutela dei diritti umani: le restrizioni sui minerali di conflitto, sui beni utilizzati per la tortura, il divieto sui prodotti del lavoro forzato, e le sospensioni delle preferenze commerciali verso Cambogia e Sri Lanka, oltre al monitoraggio rafforzato su Myanmar e Kirghizistan. Si tratterebbe, sostengono, non di una misura di politica estera ma della semplice applicazione delle regole commerciali che l’Unione si è data. Alla riunione dei ministri dovrebbe seguire, secondo gli autori, una proposta della Commissione Europea per un divieto calibrato.

Il commento di GrNet.it

Un porto del Mediterraneo che smista casse di agrumi con codice postale israeliano è l’immagine concreta dietro un dibattito che a Bruxelles rischia di restare astratto. La proposta di Gabriel, González Laya, Lamy e Letta punta su uno strumento tecnico, il regime tariffario, per aggirare lo stallo politico sul riconoscimento della Palestina, ma la storia della politica di differenziazione mostra quanto sia facile che un meccanismo doganale venga svuotato nella prassi applicativa. Per l’Italia, tra i maggiori mercati agroalimentari europei e tra i Paesi che finora non hanno adottato misure nazionali come Belgio o Spagna, la questione si porrebbe in termini doganali concreti nei controlli alle frontiere e nella tracciabilità delle filiere import. Resta aperto, e gli autori non lo affrontano, il tema di come un eventuale divieto UE verrebbe recepito nei rapporti bilaterali di sicurezza e intelligence che l’Italia mantiene con Israele.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 12 luglio 2026

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