Il funerale di Khamenei come messaggio politico a Washington e all’Occidente

Ventimila milioni di persone attese a Teheran per le esequie dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso durante la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran che gli iraniani chiamano la «terza guerra imposta»: è la cifra riportata da Middle East Eye e ripresa da Responsible Statecraft in un’analisi firmata da Giorgio Cafiero, secondo cui le cerimonie funebri sono state costruite per trasmettere un duplice messaggio, di continuità istituzionale interna e di riposizionamento geopolitico verso un ordine non occidentale.
Ghoncheh Tazmini, autrice di Power Couple: Russian-Iranian Alignment in the Middle East, spiega a Responsible Statecraft che Teheran utilizza il funerale per comunicare che la Repubblica islamica ha superato una transizione storica, che la successione si è compiuta con esito positivo e che il sistema politico resta intatto nonostante la pressione esterna. La legittimità del sistema, sottolinea Tazmini, non dipende dalla figura di un singolo leader ma dal carattere istituzionale della Rivoluzione e dalla dottrina della velayat-e faqih.
Sina Toossi, senior nonresident fellow al Center of International Policy di Washington, osserva che la capacità dello Stato di mobilitare consenso smentisce l’assunto su cui si sono fondate molte previsioni americane di collasso o sollevazione popolare: la pressione militare e le sanzioni, nota Toossi, hanno piuttosto rafforzato la narrazione securitaria del regime, spostando l’equilibrio interno a favore dell’apparato di sicurezza a scapito della società civile.
Il nuovo Guida Suprema, Ayatollah Mojtaba Khamenei, dovrebbe mantenere le dottrine strategiche del padre, ma con alcune differenze rilevanti. Sina Azodi, docente alla George Washington University, lo descrive come una figura più vicina al Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica, con un approccio più orientato alla sicurezza, apparentemente «arrabbiato» e disposto a correre rischi maggiori del padre, anche a causa della perdita di familiari nel primo giorno del conflitto. A differenza del padre, che fu presidente durante la guerra Iran-Iraq prima di assumere la Guida Suprema, il figlio ha minore visibilità pubblica; la sua assenza dalle cerimonie, giustificata da Teheran con timori di attacchi israeliani, alimenta interrogativi sulle sue condizioni di salute dopo l’attacco che ha ucciso il padre.
L’elenco delle delegazioni straniere presenti è indicato come particolarmente indicativo: rappresentanti di Armenia, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Pakistan, Turchia, oltre a Cina, India e Russia, a fronte dell’assenza pressoché totale dei governi occidentali. Per la giornalista Negar Mortazavi, del Center for International Policy, questo elenco fotografa la posizione geopolitica dell’Iran nel dopoguerra: presenza di alleati regionali e partner strategici a conferma che Teheran resta una potenza regionale non isolata sul piano internazionale. L’assenza europea, aggiunge Mortazavi, riflette la convinzione iraniana che i governi europei abbiano sostenuto politicamente Stati Uniti e Israele, in alcuni casi con supporto militare o d’intelligence, trasformando l’Europa da interlocutore diplomatico ad avversario politico agli occhi di Teheran.
Il commento di GrNet.it
Un giovane comandante che eredita il fucile del padre-padrone ma non ancora la sua statura politica, con l’apparato di sicurezza pronto a colmare il vuoto: è questa l’immagine che l’analisi restituisce con più forza. Per un osservatore con formazione militare, il dato interessante non è la mobilitazione di piazza ma la ricomposizione degli equilibri interni a favore del Corpo delle Guardie della Rivoluzione, elemento che incide direttamente sulla postura strategica futura di Teheran nel Golfo e nel Levante. La presenza di Cina, Russia e India accanto ai vicini regionali, contro l’assenza pressoché totale dei governi occidentali, segnala un riallineamento che l’Italia, per prossimità energetica e interessi nel Mediterraneo allargato, non può permettersi di leggere solo come cronaca interna iraniana. Resta da capire quanto la maggiore propensione al rischio attribuita al nuovo leader si tradurrà in scelte operative concrete nei teatri dove Roma ha interessi diretti, dal traffico marittimo alle rotte energetiche del Golfo.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 7 luglio 2026




