Teheran si prepara a una ripresa della guerra con Israele prima di ottobre

Secondo un’analisi di Trita Parsi pubblicata su Responsible Statecraft, all’interno del dibattito iraniano sulla sicurezza nazionale si sta consolidando un consenso: Israele potrebbe riavviare la guerra contro l’Iran prima delle elezioni israeliane di ottobre. L’autore, fondatore del Quincy Institute, ricostruisce i fattori che alimentano questa convinzione a Teheran.
Il primo elemento riguarda il recente accordo israelo-libanese, che secondo l’Iran modificherebbe a favore di Israele gli equilibri militari rispetto alla precedente fase di conflitto, quella di febbraio. A differenza del memorandum d’intesa (MOU) siglato in precedenza, il nuovo accordo non impone a Israele di ritirarsi dal territorio libanese fino al disarmo di Hezbollah, condizione che Parsi definisce altamente improbabile nel prossimo futuro. Le forze israeliane potrebbero quindi mantenere posizioni strategiche nel sud del Libano, riducendo la capacità di Hezbollah di condurre operazioni offensive come quelle rilevanti nel round di combattimenti precedente.
L’articolo richiama un dato riferito dagli stessi iraniani: durante gli scontri di febbraio e marzo, Teheran avrebbe impiegato solo circa il 40% delle proprie capacità offensive contro Israele, perché Hezbollah si sarebbe fatto carico di gran parte del resto dello sforzo militare, complicando le decisioni di targeting israeliane e costringendo Gerusalemme a dividere le risorse su più fronti. Parsi osserva che il ruolo di Hezbollah sarebbe stato sottovalutato a causa della censura militare israeliana, definita più stringente rispetto al regime informativo del giugno 2025, che avrebbe limitato la visibilità pubblica sulle operazioni del movimento libanese.
Il secondo elemento riguarda le motivazioni politiche del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Le sue prospettive di rielezione a ottobre risulterebbero più deboli che nei mesi precedenti, mentre il MOU avrebbe già comportato un costo politico significativo per la sua leadership. Parsi ricorda inoltre che, in caso di sconfitta elettorale, Netanyahu perderebbe l’immunità da premier e dovrebbe affrontare il processo per le accuse di corruzione che pendono su di lui.
Sul piano diplomatico, l’autore segnala i sospetti di Teheran nei confronti del segretario di Stato americano Marco Rubio, ritenuto favorevole alla guerra e critico verso il MOU, per il suo ruolo nella mediazione dell’accordo israelo-libanese. Da Teheran vengono individuati tre scenari possibili: che la Casa Bianca sia consapevole dei piani israeliani e abbia contribuito a facilitarli; che ne sia inconsapevole ma intervenga comunque a difesa di Israele, o vi si affianchi, una volta ripresa la guerra; oppure che l’amministrazione statunitense venga colta di sorpresa e scelga di non contenere Israele senza però impegnarsi militarmente in modo diretto.
Teheran, secondo l’analisi, non ritiene che il vantaggio israeliano in Libano sarà decisivo e resta convinta di poter imporre costi severi a Israele. Tuttavia, una ripresa del conflitto potrebbe comunque consentire a Netanyahu di raggiungere il proprio obiettivo più immediato: far naufragare il MOU. Parsi conclude che la domanda centrale non è più come reagirà Donald Trump, ma se il presidente americano riuscirà a impedire a Netanyahu di condizionare e limitare le sue opzioni, un test che finora Trump avrebbe sempre fallito.
Il commento di GrNet.it
L’analisi di Parsi ha un limite di metodo che va segnalato con chiarezza: i dati sull’impiego del 40% delle capacità offensive iraniane e sul ruolo di Hezbollah provengono da fonti iraniane, non da verifiche indipendenti, e la censura militare israeliana citata nell’articolo rende impossibile una controprova sul campo. Ciò non significa che la ricostruzione sia infondata, ma un osservatore abituato a leggere i bollettini di guerra sa che entrambe le parti hanno interesse a gonfiare o minimizzare l’efficacia delle proprie operazioni per condizionare la narrazione politica interna. Per l’Italia, che nel Mediterraneo orientale mantiene assetti nell’ambito di UNIFIL e osserva con attenzione la stabilità libanese, la distinzione tra il piano militare accertato e quello dichiarato da Teheran meriterebbe di restare centrale in qualsiasi valutazione di rischio. Il vero nodo, su cui l’articolo insiste giustamente, resta politico più che operativo: la sopravvivenza di Netanyahu al proprio processo giudiziario.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 1 luglio 2026




