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Le esportazioni di armi israeliane crescono con il sostegno finanziario di Washington

«Nessuno si fa illusioni sul fatto che Israele sia popolare in questo momento nei paesi degli Accordi di Abramo. Ma i loro governi hanno fatto investimenti a lungo termine nei legami di difesa con Israele, e non hanno intenzione di cambiare rotta.» Con questa dichiarazione di un diplomatico israeliano all’Economist, Responsible Statecraft apre la propria analisi sul boom dell’industria bellica israeliana e sul ruolo che il sostegno americano ha avuto nel renderlo possibile.

I numeri sono significativi. Secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) pubblicati a marzo, Israele è stato il settimo esportatore mondiale di armamenti nel quinquennio 2021-2025, superando il Regno Unito. Nel solo 2025 le esportazioni di difesa hanno raggiunto il valore record di 19,2 miliardi di dollari, rispetto ai 14,8 miliardi dell’anno precedente. Le vendite all’estero rappresentano tra il 75% e l’80% dell’intera produzione bellica israeliana. Parallelamente, il numero di startup nel settore della difesa è quasi raddoppiato, passando da 160 nel luglio 2024 a 312 nell’aprile 2025.

L’Europa è diventata uno dei mercati di sbocco più attivi. La Germania ha firmato contratti multimiliardari per il sistema di difesa missilistica Arrow-3, per i droni Heron e per i missili anticarro Spike. La Grecia ha acquistato 36 sistemi di artiglieria a razzo PULS per circa 740 milioni di dollari. La Romania ha siglato un accordo da circa 2,3 miliardi di dollari per i sistemi di difesa aerea Spyder e si appresta ad acquisire una versione del sistema Iron Dome. Nel Regno Unito, il valore delle importazioni di materiale militare israeliano è passato da 508.343 dollari nel 2020 a quasi 7,97 milioni nel 2025, con un incremento di circa il 1.500%.

Gli esperti citati nell’analisi sottolineano che queste transazioni non sono semplici forniture commerciali: i contratti di difesa, per la loro durata e complessità, creano legami strutturali che rendono i paesi acquirenti meno propensi ad adottare misure di pressione nei confronti di Israele. Daniel Levy, presidente dello U.S./Middle East Project (USMEP), osserva che le esportazioni possono «radicare relazioni che limitano la capacità altrui di chiedere conto» a Tel Aviv delle proprie azioni. Un governo che dipende da sistemi israeliani per la propria difesa aerea, aggiunge Levy, si troverebbe a dover scegliere tra la risposta alle pressioni dell’opinione pubblica e la compromissione delle proprie capacità operative.

Il ruolo degli Stati Uniti in questo processo è documentato su più livelli. Israele riceve finanziamenti militari esteri da Washington attraverso il programma Foreign Military Financing (FMF). Una quota di questi fondi, tramite il meccanismo dell’Off-Shore Procurement (OSP), può essere utilizzata per acquistare armamenti prodotti dall’industria israeliana stessa. Il programma OSP è previsto in scadenza entro il 2028, ma secondo Seth Binder dell’American Committee for Middle East Rights (ACMER), l’industria israeliana ha già consolidato una posizione competitiva rispetto al settore americano. L’ex funzionario del Dipartimento di Stato Josh Paul segnala inoltre che numerose tecnologie sviluppate dall’industria statunitense vengono rielaborate e riconfezionate da aziende israeliane.

La co-sviluppo è un altro canale di trasferimento tecnologico: il sistema Arrow-3 venduto alla Germania è stato sviluppato congiuntamente con gli Stati Uniti, che ne hanno cofinanziato la realizzazione e hanno dovuto autorizzare la vendita iniziale. L’International Trade Administration americana ha riconosciuto che l’assistenza di Washington ha trasformato l’industria militare israeliana in uno dei maggiori esportatori mondiali di capacità belliche.

Sul piano legislativo, la sezione 219 del National Defense Authorization Act (NDAA) per l’anno fiscale 2027 — già nota come sezione 224 — mira a integrare più strettamente le forze armate statunitensi e israeliane, incorporando tecnologie e aziende israeliane nelle filiere di approvvigionamento americane.

Il commento di GrNet.it

La dottrina della «battaglia tra le guerre» elaborata dallo Stato Maggiore israeliano negli anni Duemila aveva già mostrato come Tel Aviv sapesse trasformare l’esperienza operativa in vantaggio competitivo sul mercato internazionale: Gaza e il Libano non fanno che accelerare una traiettoria consolidata. Per l’Italia, che opera con sistemi di difesa aerea in parte di derivazione americana e che partecipa a programmi NATO di sorveglianza dello spazio aereo, la questione non è astratta: l’eventuale integrazione di componenti israeliane nelle filiere alleate pone interrogativi di interoperabilità e di dipendenza da fornitori soggetti a vincoli politici propri. Vale la pena distinguere tra ciò che i dati SIPRI documentano — le quote di mercato e i volumi di esportazione — e ciò che resta da verificare sul piano delle prestazioni operative effettive dei sistemi venduti, spesso pubblicizzati sulla base di impieghi in contesti asimmetrici non direttamente comparabili con scenari europei ad alta intensità. La dipendenza strutturale da un singolo fornitore per capacità critiche come la difesa missilistica è un rischio che la pianificazione italiana dovrebbe valutare indipendentemente dalla valenza politica delle singole forniture.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 1 luglio 2026

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