Ucraina, memoria e collaborazionismo: il nodo storico che pesa sull’integrazione europea

La decisione del presidente polacco Karol Nawrocki di revocare a Volodymyr Zelensky la massima onorificenza del paese ha riportato in primo piano una questione che la guerra tende a comprimere ma non a risolvere. La revoca è seguita alla scelta di Kyiv di intitolare un’unità militare all’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA), formazione partigiana responsabile di massacri che causarono la morte di circa 100.000 polacchi durante la Seconda guerra mondiale. Poco prima, Zelensky si era inginocchiato davanti alla tomba di Andriy Melnyk, noto collaborazionista nazista, in occasione della riesumazione delle sue ceneri sul suolo ucraino. Su questi eventi si concentra un’analisi di Zachary Paikin pubblicata da Responsible Statecraft.
Il testo colloca questi episodi in una traiettoria più ampia: quattro anni di guerra su larga scala hanno accelerato i processi di «de-sovietizzazione» e «decomunizzazione», attribuendo nuova legittimità a simboli storici legati alla resistenza antirussa. Il risultato, secondo l’autore, è una progressiva sostituzione del nazionalismo civico con un nazionalismo etno-linguistico, che mette Kyiv in rotta di collisione con le norme europee sui diritti delle minoranze e complica il percorso di integrazione nel progetto continentale.
L’analisi richiama la storia personale di Zelensky: eletto nel 2019 con una piattaforma di riconciliazione, aveva visitato la tomba del nonno Semen Zelensky, combattente dell’Armata Rossa contro la Germania nazista. La distanza tra quella posizione e le scelte simboliche recenti è, per Paikin, difficile da misurare.
Una parte consistente del testo è dedicata alla specificità dello sterminio nazista. L’autore respinge l’equiparazione tra crimini nazisti e sovietici, sottolineando come l’Olocausto si distingua per la sua natura industriale e ideologica: non una violenza di guerra tradizionale, ma un progetto di annientamento razziale sistematico. Durante l’Operazione Reinhard, tra luglio e ottobre 1942, vennero uccisi due milioni di ebrei in quattro mesi, a un ritmo di circa 15.000 al giorno. Nell’estate del 1944, con il fronte in difficoltà, il Reich dirottò risorse ferroviarie per deportare oltre 430.000 ebrei ungheresi ad Auschwitz in meno di due mesi, anteponendo lo sterminio alle esigenze militari.
Paikin intreccia questi dati con la propria storia familiare: i prozii del nonno materno, Yosef e Zyndel Nachtygal, furono rinchiusi nel ghetto di Łódź nel 1940 e deportati nel marzo 1942 al campo di sterminio di Chełmno, dove i nuovi arrivati venivano uccisi entro 60-90 minuti mediante camion a gas. A Chełmno morirono fino a 200.000 ebrei; nei tre campi di Treblinka, Bełżec e Sobibór, circa 1,5 milioni, tra cui il bisnonno dell’autore, Bendet Perelsztajn. Dai tre siti sopravvissero meno di 150 persone.
Sul ruolo ucraino, il testo non semplifica: l’UPA combatté anche contro i tedeschi per buona parte del conflitto, e milioni di ucraini servirono nell’Armata Rossa. Tuttavia, ausiliari ucraini parteciparono alla fucilazione di oltre 33.000 ebrei a Babi Yar in due giorni, alcuni prestarono servizio come guardie nei campi di sterminio, e una divisione Waffen-SS di volontari ucraini combatté sotto comando nazista.
La conclusione del ragionamento è che la normalizzazione di queste figure non è solo una questione di memoria interna: mina la coerenza del progetto europeo, i cui membri devono condividerne la logica fondativa per garantirne la tenuta.
Il commento di GrNet.it
Un reparto che porta il nome dell’UPA sfila davanti a telecamere internazionali, e a Varsavia scatta una reazione diplomatica immediata: è questa la sequenza concreta che rivela quanto la gestione della memoria storica abbia conseguenze operative sulla coesione della coalizione di sostegno a Kyiv. Per un osservatore con esperienza nelle missioni multinazionali, la frattura polacco-ucraina non è un episodio isolato: segnala che le tensioni sulla memoria della Seconda guerra mondiale possono erodere la fiducia tra alleati prima ancora che si arrivi a un tavolo negoziale. L’Italia, che ha una propria storia irrisolta con il collaborazionismo e con le foibe, conosce il peso che queste questioni possono avere sui rapporti bilaterali all’interno dell’UE. Vale la pena chiedersi se Bruxelles disponga di strumenti adeguati per gestire queste frizioni storiche nel quadro del processo di adesione ucraino, o se il tema venga sistematicamente rinviato in attesa che la guerra lo renda meno urgente.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 29 giugno 2026



