La guerra in Iran è il conflitto più impopolare nella storia degli Stati Uniti

Secondo un’analisi pubblicata dal Quincy Institute for Responsible Statecraft, elaborata da Stephen Semler su 153 rilevazioni demoscopiche relative a sette grandi conflitti americani, la guerra in Iran è il conflitto militare più impopolare nella storia degli Stati Uniti. Il dato aggiorna e supera una valutazione precedente dello stesso autore, risalente a maggio, in cui il confronto con il Vietnam non aveva ancora prodotto un sorpasso netto.
I sondaggi di giugno dell’Economist/YouGov registrano un indice di sostegno netto pari a meno 32 punti percentuali: la differenza tra chi si dichiara favorevole alla guerra e chi vi si oppone. Il precedente minimo storico era il meno 31% rilevato nell’ultimo sondaggio Gallup durante la guerra del Vietnam. Il sorpasso, per quanto di un solo punto, chiude un confronto che l’autore articola in tre dimensioni distinte.
La prima riguarda il momento d’avvio: con un indice di sostegno netto pari a meno 13% già alla prima rilevazione disponibile, la guerra in Iran è il primo conflitto americano ad essere iniziato con un consenso già negativo. La seconda dimensione è quella del livello attuale, che — come detto — supera il minimo storico del Vietnam. La terza, forse la più significativa sul piano strutturale, è che in nessun momento dall’inizio del conflitto il numero dei favorevoli ha superato quello dei contrari: è la prima guerra americana combattuta, per l’intera sua durata, con un saldo di opinione pubblica costantemente sotto zero.
L’analisi segnala anche una dissonanza interna ai dati repubblicani. Alla domanda diretta sul sostegno o l’opposizione alla guerra, il 67% degli elettori repubblicani si è dichiarato favorevole e il 20% contrario, con un saldo netto di più 47 punti. Tuttavia, alla domanda se gli Stati Uniti «dovrebbero concludere un accordo per porre fine alla guerra nel più breve tempo possibile», il 54% degli stessi elettori repubblicani ha risposto affermativamente — un dato molto più vicino alla media nazionale del 65%. Il saldo netto sul prolungamento del conflitto, tra i repubblicani, scende così a meno 28 punti.
Tra l’insieme degli americani adulti, il sostegno netto all’idea di prolungare la guerra — anziché concluderla rapidamente — si attesta a meno 52 punti percentuali. L’autore interpreta questa apparente contraddizione come la coesistenza, in una quota significativa della popolazione, di un sostegno formale all’operazione militare e di una preferenza sostanziale per una sua rapida conclusione.
Sul piano metodologico, i dati relativi ai sei conflitti precedenti provengono da Gallup, che per ragioni non chiarite non ha condotto rilevazioni sistematiche sulla guerra in Iran. Per questo conflitto, la fonte principale è la partnership Economist/YouGov, scelta per la frequenza delle rilevazioni, la continuità nella formulazione delle domande e la comparabilità con le serie storiche. L’autore avverte che entrambe le formulazioni utilizzate — «è stato un errore?» per i conflitti storici, «sostieni o ti opponi?» per quello attuale — tendono a produrre letture del consenso più favorevoli rispetto a quanto emergerebbe da domande più dirette sul proseguimento delle operazioni.
In aprile, durante un’audizione al Senato, il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva dichiarato di ritenere che il conflitto godesse del sostegno dell’opinione pubblica americana. I dati raccolti nei due mesi successivi contraddicono quella valutazione.
Il commento di GrNet.it
Quanto pesa, sul piano operativo e politico, condurre un conflitto che non ha mai goduto di un consenso positivo nemmeno per un giorno? La domanda non è retorica: la letteratura sulla sostenibilità delle operazioni militari prolungate mostra che il consenso interno condiziona i tempi di ritiro, i vincoli posti all’escalation e la disponibilità del Congresso a finanziare le fasi successive. Per l’Italia, che osserva da alleato atlantico, la frattura tra sostegno dichiarato alla guerra e preferenza per una sua rapida conclusione — evidente persino nell’elettorato repubblicano — suggerisce che la pressione verso un negoziato potrebbe crescere indipendentemente dall’andamento militare sul terreno. Un quadro di questo tipo rende più difficile per qualsiasi governo europeo calibrare il proprio posizionamento su un conflitto la cui traiettoria politica interna americana appare più instabile di quanto le dichiarazioni ufficiali lascino intendere. Vale la pena monitorare se e come questa dissonanza si tradurrà in vincoli concreti alle scelte dell’amministrazione nelle prossime settimane.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 26 giugno 2026




