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Articolo 3 NATO: il conflitto con l’Iran rilancia l’agenda sulla resilienza societale

Prezzi del carburante in rialzo in tutta Europa, catene di approvvigionamento dei fertilizzanti sotto pressione, scuole chiuse in Asia: sono alcune delle conseguenze dirette del conflitto con l’Iran che Jobe Solomon, in un’analisi pubblicata dal Royal United Services Institute (RUSI) il 26 giugno 2026, utilizza come punto di partenza per argomentare l’urgenza di investimenti concreti ai sensi dell’Articolo 3 del Trattato NATO. La tesi centrale è che la crisi abbia funzionato da test di stress sulle vulnerabilità che gli Alleati avevano già riconosciuto al vertice dell’Aia del 2025.

Il conflitto ha prodotto effetti a cascata che si sommano a una serie di shock precedenti — dalla crisi migratoria europea alla pandemia di Covid-19, fino alla guerra russa in Ucraina — ciascuno sopraggiunto prima che i governi si fossero pienamente ripresi dal precedente. Nel frattempo, la NATO ha attivato il proprio sistema di difesa aerea e missilistica per intercettare missili balistici iraniani nello spazio aereo turco, mentre la chiusura dello Stretto di Hormuz ha amplificato la dipendenza europea da catene di fornitura energetica fragili, con il paradosso di incrementare le entrate petrolifere russe.

All’Aia, gli Alleati si erano impegnati a investire fino all’1,5% del PIL entro il 2035 in protezione delle infrastrutture critiche, sicurezza delle reti, preparazione civile, innovazione e base industriale della difesa. Il rapporto evidenzia però che la dichiarazione non ha fornito indicazioni operative su cosa conti effettivamente ai fini di quel target. Il rischio, già emerso con il parametro del 2% fissato al vertice di Galles del 2014, è quello della «contabilità creativa»: alcuni Alleati avevano allora incluso nei propri calcoli voci come sicurezza delle frontiere, pensioni militari e linee di bilancio non pertinenti.

Il caso svedese illustra la complessità della questione. Stoccolma ha erogato oltre 10,6 miliardi di dollari (100 miliardi di corone svedesi) in assistenza militare all’Ucraina, e la dichiarazione dell’Aia consente potenzialmente di imputare tali contributi al target dell’1,5% — un’opzione che il ministro della Difesa svedese ha indicato come oggetto di valutazione. La Svezia è al tempo stesso uno dei modelli di riferimento dell’Alleanza in materia di difesa civile, grazie al sistema del Totalförsvar (Difesa Totale): il modo in cui Stoccolma definirà i propri investimenti nell’1,5% potrebbe orientare l’interpretazione dell’intera Alleanza.

Il testo formula tre raccomandazioni operative in vista del vertice di Ankara di luglio. La prima è che la NATO pubblichi linee guida dettagliate su cosa qualifica per l’1,5%, rendendo i criteri accessibili anche agli operatori privati di infrastrutture critiche, che detengono circa il 90% dei principali servizi di trasporto militare e il 95% delle reti in fibra ottica sottomarine transatlantiche. La seconda è destinare quote dei programmi di innovazione esistenti — come il Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic e il NATO Innovation Fund — a progetti direttamente riconducibili al target, creando incentivi per investitori privati in settori come la mobilità ferroviaria, le reti energetiche e la diversificazione delle catene di fornitura. La terza è sviluppare una guida strategica che orienti la spesa nazionale verso i sette requisiti di base dell’Articolo 3, allineandola dove possibile con la EU Preparedness Union Strategy e i futuri standard minimi europei di preparazione, per evitare duplicazioni.

Il vertice di Ankara è indicato come l’occasione per tradurre gli impegni dell’Aia in architetture di spesa verificabili, con l’obiettivo di rendere il target dell’1,5% altrettanto strutturante per la resilienza societale quanto il 2% lo è stato per le capacità militari.

Il commento di GrNet.it

Un reparto logistico che dipende per il 90% da vettori commerciali e una rete in fibra ottica transatlantica controllata al 95% da operatori privati sono dati che un pianificatore di teatro conosce bene, ma che raramente entrano nel dibattito pubblico sull’adeguamento degli obiettivi di spesa. Il nodo sollevato da Solomon — come impedire che l’1,5% diventi un contenitore elastico come già accaduto con il 2% — è lo stesso che si pone a chi deve tradurre impegni politici in capacità operative reali. Per l’Italia, che gestisce infrastrutture portuali e reti energetiche di rilevanza strategica nel Mediterraneo centrale, la definizione dei criteri di contabilizzazione non è una questione tecnica secondaria: determina quali investimenti nazionali potranno essere riconosciuti come contributo all’Alleanza. Vale la pena seguire con attenzione come la Svezia, con il suo modello di Difesa Totale, sceglierà di classificare il sostegno a Kiev: quella scelta potrebbe fissare un precedente interpretativo che altri Alleati, compresa Roma, troveranno difficile ignorare.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 25 giugno 2026

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