La pace attraverso la forza: diciotto mesi di Trump 47 e i limiti della potenza militare americana

«Non spremeremo più la volontà, le risorse e persino le vite degli americani in avventure sciocche e grandiose all’estero»: questa è la promessa contenuta nella National Defence Strategy (NDS) dell’amministrazione Trump 47. A distanza di diciotto mesi dall’insediamento, Will Jessett CBE — Senior Associate Fellow del Royal United Services Institute (RUSI) — misura quanto quella promessa si sia tradotta in pratica, e il bilancio che emerge è di un divario profondo tra dottrina dichiarata e condotta effettiva.
Il punto di partenza sono le due operazioni che l’amministrazione ha presentato come successi militari: i raid contro i siti nucleari iraniani di Ferdow, Natanz e Isfahan nel giugno 2025 — denominati Midnight Hammer e condotti nell’ambito di una guerra durata dodici giorni — e l’operazione Absolute Resolve del gennaio 2026, con cui le forze statunitensi hanno estratto il presidente venezuelano da Caracas per trasferirlo a New York con l’accusa di narcoterrorismo. Secondo Jessett, quei risultati hanno alimentato una convinzione, nel ristretto cerchio politico al vertice dell’amministrazione, che la forza militare potesse essere applicata senza rischi né costi politici.
Quella convinzione ha poi guidato l’avvio, il 28 febbraio, dell’operazione Epic Fury: un attacco congiunto statunitense-israeliano contro l’Iran che, a metà giugno, non aveva ancora raggiunto i suoi obiettivi dichiarati, producendo invece rilevanti conseguenze economiche e di sicurezza a livello globale. Il cessate il fuoco intermittente, le incertezze sul memorandum d’intesa e la prospettiva di negoziati prolungati sul programma nucleare iraniano rendono difficile un ritiro rapido dal teatro mediorientale — esattamente il tipo di impegno che la NDS intendeva evitare.
Il rapporto esamina poi i quattro assi della NDS. Sul fronte emisferico, le questioni più immediate sono la sicurezza dei Mondiali di calcio — iniziati la settimana scorsa — e la crescente pressione su Cuba, dove Washington ha imposto un blocco alle importazioni di petrolio e dove, secondo quanto riportato da Axios citando intelligence riservata, L’Avana avrebbe acquisito alcune centinaia di droni d’attacco. Il think tank segnala che gli Stati Uniti dispongono delle forze necessarie per un’operazione di decapitazione del governo cubano, ma che Trump eviterà probabilmente di agire durante i Mondiali e prima di una stabilizzazione del fronte mediorientale.
Sul contenimento della Cina — seconda priorità della NDS — il tono del segretario alla Guerra Hegseth al Dialogo di Shangri-La è stato più distensivo rispetto all’anno precedente: nessun riferimento a Taiwan, accento sulla stabilità strategica. Pechino, nel frattempo, ha proseguito la modernizzazione militare e, secondo gli autori, trae vantaggio politico dalle difficoltà americane senza necessità di impegnarsi in operazioni ad alto rischio.
Sul burden-sharing europeo, quasi tutte le misure di pressione anticipate da Jessett in un articolo del 2025 si sono concretizzate, comprese le revisioni alle assunzioni statunitensi sulle forze di rinforzo in Europa. La maggior parte degli alleati NATO spende ora di più per la difesa, ma il processo è ancora in corso. Hegseth avrebbe minacciato, in margine alla riunione dei ministri della difesa NATO a Bruxelles, di ridurre la presenza americana nei paesi con le spese più basse.
Sul quarto asse — il rilancio della base industriale della difesa — il segretario avrebbe impresso un’accelerazione, con misure come gli acquisti pluriennali di munizioni e gli investimenti diretti nella filiera. Resta da verificare se gli stessi principi potranno applicarsi a programmi complessi come la costruzione di sottomarini e i velivoli da combattimento. La richiesta di un bilancio della difesa da 1.500 miliardi di dollari per il 2027 è giudicata difficilmente realizzabile, anche per le resistenze dei falchi fiscali al Congresso.
Il quadro complessivo che emerge è quello di un’amministrazione che, anziché attenuare il «problema della simultaneità» — il rischio che più avversari agiscano in modo coordinato su più teatri — lo ha reso più acuto, consumando una quota significativa delle scorte di armamenti avanzati nel conflitto con l’Iran.
Il commento di GrNet.it
La dottrina della «pace attraverso la forza» ha un precedente illustre: fu il pilastro della strategia Reagan negli anni Ottanta, ma allora era accompagnata da una disciplina nel contenimento dei teatri secondari che l’amministrazione Trump 47 non sembra aver replicato. Ciò che colpisce, dal punto di vista di chi ragiona in termini operativi, è la velocità con cui le scorte di munizioni avanzate si sono ridotte: un dato che pesa direttamente sulla credibilità della deterrenza estesa, anche in Europa. Per l’Italia, che ospita basi e assetti NATO di primo piano nel Mediterraneo centrale, la domanda non è astratta: quanto vale la garanzia di rinforzo americano se Washington ha già consumato parte delle sue riserve in un teatro che intendeva deprioritizzare? L’analisi di Jessett suggerisce inoltre che i paesi del Golfo stiano accelerando la diversificazione dei loro fornitori di difesa — verso Turchia, Pakistan, India, Francia e Regno Unito — aprendo spazi che l’industria italiana potrebbe valutare con attenzione. Rimane aperta la questione di quanto il Congresso riuscirà effettivamente a frenare ulteriori ridislocazioni di forze americane in Europa dopo le elezioni di metà mandato.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 23 giugno 2026



