La diplomazia asiatica di Putin non basta a chiudere la guerra in suo favore

«La diplomazia asiatica di Putin va presa sul serio, ma ha i suoi limiti»: con questa valutazione Chatham House apre la propria analisi del 23 giugno 2026, dedicata all’attivismo diplomatico russo in Asia e alle sue ricadute sul conflitto in Ucraina. La tesi di fondo è che Mosca abbia evitato l’isolamento internazionale che i governi occidentali si aspettavano, senza però riuscire a tradurre questa visibilità in un vantaggio negoziale sulla guerra.
Il contesto è offerto da due eventi ravvicinati: la visita di Putin a Pechino nel maggio 2026 e il vertice commemorativo ASEAN-Russia tenutosi a Kazan, conclusosi con un impegno ad approfondire la cooperazione tra Russia e l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico. Mentre i leader del G7 ribadivano il sostegno all’Ucraina e annunciavano nuove pressioni economiche su Mosca, Putin si trovava a ospitare capi di governo che non hanno interrotto i rapporti con la Russia né aderito alle sanzioni occidentali.
Secondo il think tank londinese, questo non riflette simpatia verso Mosca, bensì calcolo strategico: la Russia rimane una potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, esportatore rilevante di energia e un interlocutore utile per chi non vuole che l’Occidente definisca le proprie scelte di politica estera. Gran parte dell’Asia, del Medio Oriente, dell’Africa e dell’America Latina ha continuato a intrattenere rapporti con Mosca oltre quattro anni dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina.
Il nodo centrale, tuttavia, riguarda l’Ucraina. Il Cremlino sembra ancora convinto che una strategia di resistenza prolungata possa consegnare i propri obiettivi di guerra: tenere le linee, avanzare dove possibile, attendere i cicli politici occidentali e riservare la diplomazia al momento in cui i termini si saranno spostati decisamente a proprio favore. Questa logica ha una sua coerenza interna, ma non ha prodotto finora né una svolta diplomatica né la spaccatura del G7, né l’adesione di Cina, India o stati ASEAN alle condizioni di pace russe.
Sul ruolo di Pechino, il rapporto traccia una distinzione netta: la Cina è diventata il partner economico indispensabile di Mosca — acquirente di petrolio e gas, fornitore di beni industriali, canale per attenuare l’impatto delle sanzioni — ma la relazione russo-cinese non è una coalizione per la vittoria in Ucraina. Pechino ha interesse a vedere gli Stati Uniti distratti e l’unità occidentale indebolita, non a farsi trascinare nel conflitto o ad assorbire i costi di uno scontro diretto con l’Occidente. La guerra ha reso la Russia più dipendente dalla Cina proprio nel momento in cui Mosca vorrebbe presentarsi come polo autonomo in un ordine multipolare.
Quanto agli stati ASEAN, il vertice di Kazan dimostra che intrattengono rapporti con Mosca per convenienza — legami di difesa storici, forniture energetiche, peso diplomatico all’ONU — ma non cercano di entrare in un blocco russo. Prima del 2022 la Russia poteva rivendicare un ruolo autonomo in Asia come terzo polo rispetto a Washington e Pechino; la guerra ha eroso quella posizione, assorbendo l’industria della difesa, complicando pagamenti e trasferimenti tecnologici e riducendo la capacità diplomatica disponibile.
Il dibattito europeo sull’apertura di canali di comunicazione con il Cremlino viene letto non come segnale di resa, ma come preparazione alla fase diplomatica di una guerra lunga: l’Europa vuole evitare di essere esclusa da eventuali negoziati, mentre continua a riarmarsi, a consolidare il fianco orientale e a ridurre la dipendenza strutturale da Mosca.
Il commento di GrNet.it
Un reparto di pianificatori NATO che studia la mappa dei flussi energetici e delle forniture di difesa in Asia Sud-orientale vede subito la differenza tra «presenza diplomatica» e «influenza operativa»: la Russia mantiene la prima, ma la seconda si è assottigliata in modo misurabile dal 2022. Per l’Italia, che siede nel Mediterraneo allargato e intrattiene relazioni con diversi paesi africani e mediorientali che continuano a dialogare con Mosca, questa distinzione ha un peso concreto: sapere che quei governi preservano opzioni senza abbracciare il progetto russo cambia il modo in cui Roma può impostare la propria diplomazia parallela. L’analisi di Chatham House suggerisce inoltre che la crescente asimmetria nel rapporto Mosca-Pechino potrebbe nel tempo ridurre ulteriormente la libertà di manovra russa, con effetti difficili da prevedere sulla durata e sulle condizioni di un eventuale negoziato. Resta aperta la domanda su quanto l’Europa — Italia inclusa — sia attrezzata per partecipare attivamente a quella fase diplomatica, e non solo per non esserne esclusa.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 23 giugno 2026



