L’accordo USA-Iran che non risolve nulla: quattro illusioni di un memorandum fragile

Oltre tre mesi dopo l’apertura del conflitto diretto USA-Israele-Iran il 28 febbraio, il Memorandum of Understanding (MoU) tra Washington e Teheran non chiude la crisi: la sposta in una fase diversa. È questa la tesi centrale di un’analisi pubblicata dal Royal United Services Institute (RUSI) il 19 giugno 2026 a firma di Burcu Ozcelik, ricercatrice senior nel settore della sicurezza mediorientale. Secondo il rapporto, il documento firmato dai presidenti Trump e Pezeshkian assomiglia più a un accordo per negoziare un accordo che a un vero trattato di pace, privo com’è di conseguenze definite in caso di fallimento.
Il testo, nelle versioni circolate, non affronta nessuna delle questioni che avevano reso possibile lo scontro militare: il programma nucleare iraniano, i missili balistici, la rete di milizie alleate, l’assetto di sicurezza regionale. Ogni punto controverso è stato rinviato a una finestra negoziale di sessanta giorni, prorogabile — e secondo i ricercatori quasi certamente prorogata — fino a sovrapporsi al ciclo elettorale di metà mandato americano.
L’analisi articola la sua critica attorno a quattro «illusioni» strutturali. La prima riguarda la tempistica: sessanta giorni non bastano a risolvere trent’anni di ostilità diplomatica. Il nodo del sequencing — Washington vuole impegni iraniani prima, Teheran vuole benefici economici prima — non è stato sciolto, solo accantonato. Il rischio non è che la finestra fallisca del tutto, ma che riesca abbastanza da essere estesa, e poi estesa ancora, producendo un regime di crisi permanente.
La seconda illusione è che un accordo bilaterale possa generare pace regionale. Israele non è parte del MoU, Hezbollah non è parte, le milizie irachene non sono vincolate dal testo. Il think tank londinese nota che l’Iran ha ottenuto un risultato tattico significativo: ha convinto gli Stati Uniti a includere il Libano nel quadro dei colloqui, dimostrando una capacità di proiezione politica che sopravvive alla guerra. Quanto allo Stretto di Hormuz, la sua riapertura non ripristina lo status quo precedente: Teheran ha dimostrato di poter chiudere effettivamente il passaggio e potrebbe ora negoziare forme di sovranità permanente sullo stretto, inclusa la riscossione di «pedaggi». Il fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione, se attinge a capitali del Golfo, pone una domanda senza risposta: perché le monarchie del Golfo dovrebbero finanziare la ripresa iraniana senza concessioni politiche verificabili?
La terza illusione riguarda l’ambiguità del testo. Washington lo legge come un quadro condizionale — benefici economici solo in cambio di restrizioni nucleari e ispezioni. Teheran lo legge come riconoscimento della propria sovranità e fine della pressione militare americana. Se le parti non concordano su ciò che hanno concordato, l’implementazione diventa negoziato con altro nome. Il parallelo con il piano in venti punti per Gaza — bloccato perché le parti attribuiscono significati opposti agli stessi impegni — è esplicito nell’analisi.
La quarta illusione è che la ripresa economica produca moderazione politica interna. Il sollievo dalle sanzioni e gli asset sbloccati rischiano di rafforzare le reti meglio posizionate per intercettare i flussi di ricostruzione: in primo luogo le strutture legate al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Se i fondi transitano per canali opachi e intermediari politicamente connessi, il risultato più probabile è il consolidamento del regime con maggiore liquidità, non una transizione verso posizioni più moderate.
In chiusura, l’autrice delinea due possibili letture della strategia americana: comprare tempo per riaprire lo Stretto ed evitare una crisi economica, oppure tentare una graduale integrazione dell’Iran nell’economia globale come alternativa al contenimento. Entrambe le ipotesi restano aperte. Quello che appare più probabile, secondo il RUSI, è un arco di crisi permanente, con cicli di escalation e de-escalation, minacce militari ricorrenti e nessun progresso sostanziale sui dossier che avevano reso inevitabile il conflitto del 28 febbraio.
Il commento di GrNet.it
Un pianificatore operativo che studia la riapertura dello Stretto di Hormuz su una carta nautica vede subito la differenza tra «libera navigazione dichiarata» e «libera navigazione garantita»: la prima dipende dalla volontà politica di Teheran, la seconda richiederebbe meccanismi di verifica che il MoU non prevede. Per l’Italia, che transita attraverso lo Stretto una quota rilevante delle proprie importazioni energetiche, questa distinzione non è accademica. L’analisi del RUSI solleva inoltre un interrogativo che riguarda direttamente la postura europea: se Washington sta progressivamente demandando la gestione dell’Iran agli attori regionali, quali strumenti diplomatici ed economici l’Europa — e Roma in particolare — intende mettere in campo per non restare spettatrice di un processo che ridisegna gli equilibri energetici e di sicurezza del Mediterraneo allargato? La questione del fondo da 300 miliardi e del ruolo dei capitali del Golfo merita attenzione anche da questo versante: le monarchie del Golfo stanno diversificando i propri partenariati verso Europa, Cina e Turchia, e l’Italia ha interessi industriali e infrastrutturali in quella partita che rischiano di essere marginalizzati se la diplomazia nazionale non si coordina con Bruxelles su tempi e priorità.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 18 giugno 2026




