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Memorandum USA-Iran: un accordo tra diritto internazionale e ambiguità strutturali

Un documento di 14 punti che accoglie quasi per intero le richieste di Teheran, pur lasciando aperti i dossier più delicati: è questa la sostanza del memorandum d’intesa (MoU) firmato tra Stati Uniti e Iran, reso pubblico il 17 giugno 2026. Chatham House ne ha analizzato la struttura giuridica e le implicazioni operative, rilevando una distanza significativa tra le dichiarazioni di principio e i meccanismi di attuazione.

Sul piano formale, il MoU non è un trattato in senso tecnico: la sua frase d’apertura parla di accordo «congiunto», formula che suggerisce un impegno politico fondato sulla buona fede, sufficiente a evitare il passaggio al Senato statunitense ma insufficiente a garantire obblighi giuridicamente vincolanti. Per compensare questa debolezza, le parti si impegnano a far avallare il futuro «accordo definitivo» da una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ancorando così la sua forza normativa alla Carta delle Nazioni Unite.

Il MoU dichiara la cessazione «permanente» delle operazioni militari su tutti i fronti e il reciproco impegno a non avviare future ostilità, ripristinando formalmente il divieto di uso della forza sancito dalla Carta ONU. Washington si impegna inoltre a non dispiegare forze aggiuntive nella regione e a ritirarle dalla «prossimità» dell’Iran entro 30 giorni dalla conclusione dell’accordo definitivo. Il perimetro geografico di tale impegno — basi nel Golfo, assetti navali — rimane però indefinito. Il documento estende poi i vincoli di non aggressione agli «alleati nel conflitto in corso», il che implicherebbe il blocco di ulteriori attacchi israeliani contro l’Iran; Israele, non firmatario, dovrebbe inoltre astenersi dall’uso della forza contro il Libano. Gli autori notano che questa clausola appare di difficile attuazione, configurandosi come un elemento di instabilità strutturale nell’accordo.

Sul fronte dello Stretto di Hormuz, il MoU prevede che l’Iran ripristini il traffico commerciale ai livelli prebellici entro 30 giorni dalla rimozione del blocco navale statunitense. Tuttavia, per i 60 giorni successivi l’Iran è tenuto solo a «fare del suo meglio» per garantire il passaggio senza oneri. Oltre tale termine, il testo apre alla possibilità che Iran e Oman definiscano congiuntamente una «futura amministrazione dei servizi marittimi» nello Stretto, formula che potrebbe tradursi nell’introduzione di pedaggi mascherati da tariffe di servizio. Il diritto internazionale consente modeste tariffe per pilotaggio o manutenzione delle vie di navigazione, ma prima del conflitto nessun onere era applicato allo Stretto di Hormuz.

Sul nucleare, il MoU segna un arretramento rispetto alle posizioni negoziali iniziali degli Stati Uniti. Washington aveva chiesto il trasferimento all’estero di tutto il materiale nucleare altamente arricchito; il testo finale prevede invece la sua diluizione in Iran sotto supervisione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). L’abbandono dell’arricchimento per decenni, altra richiesta americana, è ora rinviato a negoziati da condurre tenendo conto dei «bisogni nucleari» dell’Iran. In cambio, Washington si impegna a revocare immediatamente le restrizioni sulle esportazioni petrolifere iraniane e a smantellare le sanzioni secondo un calendario da definire nell’accordo definitivo.

Restano aperti nodi di ordine sistemico: lo sblocco dei fondi iraniani congelati dipende da giurisdizioni terze, l’alleggerimento delle sanzioni ONU richiede il consenso del Consiglio di Sicurezza, e la pace in Libano presuppone la cooperazione di Israele. Il MoU destina inoltre 300 miliardi di dollari alla «ricostruzione e allo sviluppo economico dell’Iran», senza specificare provenienza né modalità di raccolta delle risorse. Secondo il think tank londinese, l’accordo rischia di essere più uno strumento per consentire alle parti di uscire dal conflitto con una narrativa accettabile che un quadro giuridico solido: molto è lasciato volutamente vago, e i 60 giorni previsti per il negoziato definitivo appaiono un orizzonte molto stretto per colmare le lacune.

Il commento di GrNet.it

Un tavolo negoziale in cui una delle parti firma un accordo e il giorno stesso minaccia di attaccare di nuovo l’altra: questa è la cornice in cui si inserisce il MoU USA-Iran, e per un analista abituato a valutare la tenuta degli impegni multilaterali è un segnale che pesa quanto il testo stesso. Per l’Italia, la clausola sullo Stretto di Hormuz merita attenzione specifica: qualsiasi regime di tariffazione — anche «mascherato» da servizi amministrativi — inciderebbe sui costi di transito per le forniture energetiche che transitano da quella rotta verso il Mediterraneo. La dipendenza dell’AIEA per la supervisione nucleare è un elemento che coinvolge direttamente l’Europa, chiamata a sostenere un’agenzia multilaterale in un momento in cui Washington ne ha dimostrato la sfiducia strutturale. Resta da vedere se i 60 giorni previsti per l’accordo definitivo siano un calendario realistico o una scadenza destinata a slittare, trascinando con sé l’incertezza sui mercati energetici e sulla stabilità del fianco sud della NATO.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 19 giugno 2026

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