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Private equity nell’industria della difesa USA: una proposta di legge per limitarne l’influenza

«Per troppo tempo abbiamo lasciato che il private equity trattasse la base industriale della difesa come un centro di profitto, acquistando appaltatori critici con scarso controllo su chi ne detiene davvero il controllo.» Con queste parole il deputato democratico Ro Khanna ha presentato alla Camera dei Rappresentanti il Critical Defense Ownership Review Act, la stessa proposta depositata al Senato da Elizabeth Warren e Richard Blumenthal. L’iniziativa legislativa è al centro di un’analisi del Quincy Institute for Responsible Statecraft, che ne ricostruisce il contesto e le motivazioni.

Il meccanismo d’investimento dei fondi di private equity (PE) si basa sull’acquisizione di aziende — spesso ricorrendo a una quota di debito compresa tra il 60% e il 90% del valore dell’operazione — sulla riduzione drastica dei costi operativi e sulla successiva rivendita a un prezzo più elevato. Applicato al settore della difesa, questo modello solleva interrogativi sulla continuità delle forniture e sulla stabilità finanziaria dei contraenti. Uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista Business and Politics ha rilevato che le aziende di armamenti acquisite da fondi PE presentano una probabilità di fallimento superiore dal 4% al 9% rispetto a quelle prive di tale struttura proprietaria.

Negli ultimi vent’anni i fondi PE hanno acquisito oltre 1.500 aziende del settore difesa negli Stati Uniti. Tra gennaio e metà ottobre 2025 gli investimenti hanno raggiunto il record di 17,7 miliardi di dollari, superando ogni precedente annuale prima della chiusura dell’esercizio.

Il disegno di legge prevede che il Dipartimento della Difesa (DoD) esamini le transazioni che attribuiscano a un fondo PE una quota pari o superiore al 25% di un’azienda contraente. Il DoD sarebbe inoltre tenuto a valutare la solidità finanziaria del fondo sia prima sia dopo l’acquisizione, e a condurre revisioni triennali per verificare che le operazioni non abbiano compromesso la disponibilità di beni e servizi rilevanti per la sicurezza nazionale.

Ben Freeman, direttore del programma Democratizing Foreign Policy presso il Quincy Institute, ha definito il provvedimento «un grande passo verso un maggiore controllo di questi soggetti di private equity nella difesa», aggiungendo che i legami tra Pentagono e fondi PE privi di trasparenza rischiano di orientare la politica estera americana in direzioni non rispondenti all’interesse pubblico.

Shana Marshall, fellow non residente dello stesso istituto, contesta la narrativa secondo cui gli investimenti PE servirebbero a sviluppare nuove tecnologie militari e a mantenere la superiorità americana: a suo avviso, l’obiettivo reale è minimizzare il rischio sul capitale proprio e legarsi al Pentagono per diventare «too big to fail». Marshall osserva anche che, poiché i fondi operano prevalentemente con denaro altrui, lo Stato potrebbe in linea di principio svolgere la stessa funzione di finanziamento senza corrispondere le commissioni di gestione tipiche del PE.

Il quadro è reso più complesso dall’istituzione, all’inizio del 2026, dell’Economic Defense Unit (EDU) del DoD, concepita per attrarre banchieri di Goldman Sachs e JPMorgan con l’obiettivo di assistere i fondi PE, strutturare operazioni di interesse per la sicurezza nazionale e competere con la Cina. Tad DeHaven, analista del Cato Institute, ha già segnalato che tale struttura, anche in assenza di violazioni di legge, crea le condizioni per favoritismi politici e allocazione del capitale basata su relazioni piuttosto che su merito.

Il commento di GrNet.it

Un ufficio acquisizioni che si trova a valutare un contraente con un debito strutturale pari all’80% del valore dell’azienda sa che la continuità della fornitura dipende da variabili finanziarie del tutto esterne al contratto stesso: è un rischio di supply chain, non solo di governance. Per l’Italia, che partecipa a programmi multinazionali NATO con catene di subfornitura che attraversano il mercato americano, la penetrazione dei fondi PE nei livelli intermedi dell’industria della difesa USA non è una questione astratta. La proposta Warren-Khanna-Blumenthal introduce una soglia del 25% come trigger per la revisione obbligatoria: una soglia che, se adottata come riferimento anche in sede europea, potrebbe influenzare il dibattito in corso sull’autonomia strategica industriale dell’UE. Resta aperta la questione dell’efficacia reale del controllo, dato che lo stesso DoD ha appena creato una struttura — l’EDU — pensata per facilitare, non per limitare, l’ingresso dei fondi PE nel settore.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 12 giugno 2026

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