Albania, il resort Kushner e la sovranità sulle risorse naturali

«L’Albania non è in vendita»: con questo slogan, nelle scorse settimane, migliaia di manifestanti hanno riempito le strade di Tirana brandendo fenicotteri gonfiabili. Chatham House, in un’analisi pubblicata il 12 giugno 2026, inquadra le proteste contro il progetto di resort di lusso promosso da Jared Kushner — genero del presidente Donald Trump — sull’isola di Sazan e lungo la costa di Zvërnec, nei pressi di Vlora, come un caso emblematico di tensioni che attraversano molti paesi in posizione periferica rispetto ai grandi mercati.
L’area interessata ospita fenicotteri, oltre 200 specie di uccelli migratori, foche monache del Mediterraneo e tartarughe marine nidificanti. Il progetto, sostenuto anche da investitori qatarioti e locali, ha generato manifestazioni non solo in Albania ma anche a Londra e in altre capitali europee. Il primo ministro Edi Rama ha difeso l’iniziativa, attribuendo l’eco internazionale delle proteste principalmente alla notorietà del nome Kushner.
Il governo albanese si trova di fronte a un dilemma strutturale. Il paese ha trascorso decenni nel tentativo di attrarre investimenti diretti esteri paragonabili a quelli che gli stati europei più ricchi considerano acquisiti. Emendamenti controversi alla legislazione sulle aree protette, approvati nel 2024, hanno aperto la strada allo sviluppo turistico in zone precedentemente tutelate, favorendo un settore che nell’ultimo decennio ha già più che triplicato le proprie dimensioni. Grandi progetti costieri promettono occupazione, aggiornamento infrastrutturale, entrate fiscali e visibilità internazionale.
Casi analoghi si registrano lungo la costa del Mar Rosso egiziano e sul litorale adriatico del Montenegro, dove sviluppi su larga scala sono stati presentati come motori di crescita regionale. Per il Montenegro, l’integrazione europea costituisce un obiettivo aggiuntivo che orienta le scelte di governance.
Tuttavia, proprio le caratteristiche che rendono l’Albania attraente per gli investitori alimentano l’opposizione interna e internazionale. La costa relativamente intatta, la ricca biodiversità e l’eterogeneità ecologica del paese non sono semplici risorse estetiche: sono sistemi funzionali che sostengono la pesca, contrastano l’erosione costiera, immagazzinano carbonio e contribuiscono alla resilienza climatica in una regione già esposta a temperature in aumento, stress idrico ed eventi meteorologici estremi.
Il think tank londinese colloca la vicenda all’interno della cosiddetta «triplice crisi planetaria» — cambiamento climatico, perdita di biodiversità e inquinamento — che trasforma le decisioni su coste, foreste e sistemi idrici da questioni di pianificazione locale a test sulla capacità dei governi di conciliare esigenze di sviluppo con limiti ecologici sempre meno aggirabili.
A questa dimensione ambientale si sovrappone una geopolitica. L’Albania è membro della NATO e candidata all’adesione all’Unione europea: è inserita nelle strutture di sicurezza occidentali ma ancora esterna al quadro economico e regolatorio comunitario. Questa doppia collocazione intreccia la governance ambientale con le dinamiche di allineamento internazionale, poiché l’accesso agli investimenti e la credibilità diplomatica dipendono sempre più dal modo in cui gli stati gestiscono i rischi climatici e tutelano le proprie risorse naturali.
I manifestanti contestano non solo le implicazioni ambientali del progetto, ma anche la trasparenza del processo decisionale e il peso che gli investitori stranieri esercitano sul patrimonio naturale albanese. La disputa su un tratto di costa adriatica riflette, in scala ridotta, una questione più ampia: chi decide come vengono utilizzate le risorse naturali strategiche, e nell’interesse di chi viene perseguito lo sviluppo.
Il commento di GrNet.it
Un cantiere su un’isola protetta del basso Adriatico, a poche miglia nautiche dalle coste pugliesi: la geografia del caso albanese non è irrilevante per l’Italia. La pressione sugli ecosistemi costieri del Mediterraneo orientale riguarda anche la stabilità delle rotte di pesca e la gestione delle migrazioni ambientali, temi su cui Roma ha interessi diretti. Vale la pena notare che l’analisi di Chatham House tratta la dimensione NATO dell’Albania quasi di passaggio, come cornice geopolitica generica, senza approfondire le implicazioni operative di avere un alleato che negozia grandi concessioni territoriali con investitori legati all’amministrazione americana in un’area sensibile del fianco sud dell’Alleanza. La distinzione tra ciò che è documentato — le modifiche legislative del 2024, la composizione dell’investimento — e ciò che resta sul piano delle intenzioni dichiarate — i benefici occupazionali e infrastrutturali promessi — meriterebbe un’analisi più granulare prima di trarre conclusioni sulla replicabilità del modello.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 12 giugno 2026




