Iran e Occidente: negoziati nucleari tra memoria storica e calcolo strategico

Primavera 1891: nelle strade di Shiraz, Tabriz e Teheran i mercanti del bazar scendono in piazza contro la concessione che lo scià dei Qajar ha appena firmato con l’imprenditore britannico Major G.F. Talbot, cedendogli il controllo totale sulla coltivazione, vendita ed esportazione del tabacco iraniano. Il clero sciita si unisce alla protesta e la rivolta costringe lo scià a revocare il provvedimento. È su questo sfondo storico che Responsible Statecraft, la testata del Quincy Institute, costruisce la propria lettura dei negoziati in corso tra Washington e Teheran.
L’analisi, firmata da Tanya Goudsouzian, parte dalla tesi che la memoria collettiva iraniana delle spoliazioni coloniali non sia un elemento retorico di contorno, ma una variabile strutturale che vincola ogni governo di Teheran nel margine di concessioni accettabili. Hamid Dabashi, professore di studi iraniani e letteratura comparata alla Columbia University, descrive questa eredità come una «lunga memoria storica, viva e risonante nella politica contemporanea» del paese, e aggiunge che anche l’attuale governo è «investito della responsabilità di custodire quella memoria».
Due episodi fondativi alimentano questa percezione. Il primo è la concessione Talbot del 1890, che innescò le rivolte del tabacco. Il secondo è la Concessione D’Arcy del 1901, che portò alla costituzione dell’Anglo-Iranian Oil Company — l’odierna British Petroleum — con il governo britannico che arrivò a controllare l’84% dei profitti petroliferi iraniani. Quando il primo ministro Mohammad Mossadegh nazionalizzò il settore nel 1951, la risposta fu il colpo di stato anglo-americano del 1953, che ripristinò il potere assoluto dello scià Mohammad Reza Pahlavi e seminò il risentimento popolare che sarebbe esploso nella Rivoluzione del 1979.
In questo quadro, le condizioni che Washington e Israele starebbero cercando di imporre appaiono, agli occhi di Teheran, come l’equivalente contemporaneo di quelle concessioni ottocentesche: rinuncia all’uranio arricchito al 60%, smantellamento del programma missilistico, scioglimento delle alleanze regionali e cessione del controllo sullo Stretto di Hormuz. Per i falchi iraniani, accettare simili termini equivarrebbe a una resa senza condizioni.
Teheran, nonostante le difficoltà economiche interne e le proteste di piazza, conserva una leva negoziale concreta: il controllo sullo Stretto di Hormuz e l’alleanza con gli Houthi nel Mar Rosso. L’ex direttore della CIA Bill Burns, in un’intervista citata nell’analisi, ha riconosciuto che pressioni militari e blocchi economici difficilmente basterebbero a piegare «questo regime temprato», indicando nella diplomazia con leva la «meno peggiore» delle opzioni residue.
Secondo i ricercatori, un accordo praticabile richiederebbe a Washington di restringere il perimetro negoziale al solo dossier nucleare, accantonando temporaneamente le richieste sul disarmo regionale e sull’integrazione negli Accordi di Abramo. Teheran, dal canto suo, punta principalmente al recupero dei fondi e degli asset congelati, che restano la principale leva in mano agli Stati Uniti.
La variabile tempo rimane aperta. L’Iran ha storicamente contato sull’impazienza americana per strappare aperture diplomatiche, ma il presidente Donald Trump ha dichiarato di non essere condizionato dalle elezioni di metà mandato e di poter «aspettare più a lungo» degli iraniani. Il rapporto ricorda che i negoziati sul Joint Comprehensive Plan of Action, il cosiddetto «accordo sul nucleare», richiese venti mesi, e che la guerra Russia-Ucraina supera i cinque anni senza un’intesa di pace: il conflitto attuale, iniziato tre mesi fa, è ancora nelle sue fasi iniziali.
L’analisi del Quincy Institute offre una lettura che un osservatore militare italiano dovrebbe leggere con attenzione critica: la distinzione tra ciò che Teheran dichiara come linea rossa invalicabile e ciò che è effettivamente verificabile sul piano operativo resta sfumata. Il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz è un dato geografico e navale concreto, ma la reale capacità di interdizione sostenuta — dopo i colpi subiti nell’ultimo ciclo di escalation — andrebbe valutata separatamente dalle rivendicazioni ufficiali. Sul piano negoziale, la tesi che Washington debba restringere il perimetro al solo nucleare ricorda la logica dei negoziati di Helsinki degli anni Settanta, dove la compartimentazione dei dossier fu la chiave per sbloccare l’impasse: un precedente che la dottrina diplomatica italiana conosce bene. Resta da capire se l’attuale amministrazione americana abbia la pazienza istituzionale per gestire un processo di questa durata, o se la pressione interna finirà per ridefinire i margini di manovra prima di quanto Trump lasci intendere.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 4 giugno 2026




