Il paradosso del Libano: come la pressione su Hezbollah rischia di indebolire lo stato

La campagna militare israeliana del 2024 e della primavera 2026 ha inflitto danni significativi a Hezbollah: gran parte del comando senior è stato eliminato, le reti di tunnel distrutte, la Forza Radwan degradata e i limiti della deterrenza del gruppo esposti. Secondo l’analisi del Royal United Services Institute, tuttavia, questa vittoria tattica cela un rischio strategico di proporzioni considerevoli: il danno inferto allo stato libanese potrebbe procedere più rapidamente della degradazione della milizia stessa, riproducendo esattamente le condizioni che hanno sostenuto Hezbollah sin dalla sua fondazione.
Il nuovo governo libanese, guidato dal presidente Joseph Aoun e dal primo ministro Nawaf Salam, ha dichiarato l’intenzione di estendere il monopolio delle Forze Armate Libanesi (LAF) sulle armi e ripristinare la sovranità dello stato. Il 2 marzo 2026 ha formalmente vietato le attività militari di Hezbollah, la dichiarazione più assertiva mai formulata da un governo libanese. Questa convergenza con le richieste internazionali di disarmo è storicamente rara, e nei mesi successivi al cessate il fuoco del 2024 sembrava generare progressi concreti: negoziati regolari tra ufficiali libanesi e israeliani, facilitati dagli Stati Uniti, e il ritiro di migliaia di razzi e missili dal sud da parte dell’esercito libanese.
Ma il momentum si è frantumato. La pressione militare da sola non ha mai offerto risoluzione strategica in Libano. Senza un piano politico credibile, produce solo sangue, distruzione e miseria civile, mentre lascia irrisolto l’equilibrio di potere sottostante. Le istituzioni dello stato libanese, dopo anni di conflitto regionale, pandemia, crollo economico e l’esplosione del porto, non sono ancora abbastanza forti per assorbire le conseguenze di un disarmo forzato. Ogni tentativo di rivolgere direttamente le LAF contro Hezbollah in questo contesto rischia di spaccare l’esercito lungo linee settarie: il comandante delle LAF è stato esplicito nel mettere in guardia da una collisione che comporterebbe il coinvolgimento dell’intera comunità sciita.
Il meccanismo è ben noto: quando lo stato libanese non può garantire sicurezza e sovranità, Hezbollah presenta le sue armi come necessità difensiva piuttosto che anomalia destabilizzante. Inoltre, nessun piano credibile esiste per il confisco di armi leggere, RPG e droni dalle abitazioni private nelle comunità sciite. Anche il senatore americano Lindsey Graham, nel dicembre 2025, ha parlato solo di «armi pesanti»; il presidente Aoun stesso, proponendo al funzionario iraniano Ali Larijani il disarmo di Hezbollah nell’agosto 2025, si è concentrato specificamente su sistemi missilistici di portata strategica.
Il vero problema risiede nella dinamica territoriale e nella narrazione che essa genera. Testimonianze di soldati israeliani documentano saccheggi diffusi e distruzione deliberata di case civili, con ufficiali che guardano altrove. Una popolazione sciita che vede i suoi villaggi svuotati ben oltre le linee del fronte, saccheggiati e rasi al suolo, non guarderà allo stato libanese come suo garante, ma all’organizzazione che sostiene di combattere. L’Iran, intanto, continua a fornire significativo supporto finanziario e materiale a Hezbollah, dispiegando centinaia di comandanti delle Guardie Rivoluzionarie per ricostruire l’organizzazione dopo la decimazione del 2024.
L’autore dell’analisi propone un cambio di logica operativa: abbandonare il confronto diretto e il disarmo interno forzato, per concentrarsi su interdizione, enforcement degli embarghi sulle armi e costruzione attiva dell’autorità dello stato libanese come alternativa credibile. Un quadro di Disarmo, Smobilitazione e Reintegrazione (DDR), articolato geograficamente e per categoria di armi, partendo dai sistemi più pericolosi nel sud e progredendo verso la valle della Bekaa e i sobborghi meridionali di Beirut, offre un percorso più realistico rispetto al binomio disarmo forzato o stallo permanente. L’esperienza della Security Zone israeliana dal 1985 al 2000 rappresenta l’avvertimento: l’occupazione prolungata consolidò un’identità di «Resistenza» intorno a una popolazione sciita genuinamente assediata, rivelatasi generativa per il movimento che si intendeva sopprimere.
Il ruolo britannico è centrale. Oltre un decennio di supporto alle LAF ha fornito al Regno Unito conoscenza istituzionale, relazioni consolidate e credibilità presso Beirut che pochi partner possiedono. Tre aree di azione urgente sono necessarie: investimento dedicato nelle Forze di Sicurezza Interna e agenzie civili come traccia parallela; diplomazia attiva per assicurare che la prossima conferenza internazionale di supporto produca impegni vincolanti e risorse; pressione britannica sostenuta su Washington per condizionare l’impegno con Israele alla moderazione operativa in Libano. Con il mandato di UNIFIL in scadenza alla fine del 2026, le decisioni dei prossimi mesi modelleranno l’architettura del sud del Libano per una generazione.
L’analisi del RUSI tocca il nervo scoperto di ogni operazione di contro-insurrezione: la vittoria tattica non garantisce quella strategica se lo stato che dovrebbe ereditare il territorio è già delegittimato agli occhi della popolazione locale. La lezione della Security Zone israeliana (1985-2000) è qui centrale—occupazione prolungata, distruzioni indiscriminate e assenza di alternativa statale credibile non sopprimono i movimenti di resistenza, li rafforzano. Per l’Italia e l’Europa, il messaggio è che il disarmo di Hezbollah non è un problema tecnico-militare ma politico-amministrativo: richiede uno stato libanese funzionante, non solo bombardamenti. Senza questo, il vuoto sarà riempito da attori ostili all’ordine internazionale, esattamente come accadde in Siria e Iraq.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 1 giugno 2026



