Mosca alza la posta: il rischio di escalation diretta mentre i negoziati si arenano

L’avvertimento del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ai governi occidentali di evacuare diplomatici e cittadini da Kyiv prima di «attacchi sistematici» rappresenta un’escalation qualitativa nel conflitto ucraino, con rischi concreti di coinvolgimento diretto di Washington e della NATO in uno scontro con Mosca. Secondo l’analisi pubblicata da Quincy Institute, il messaggio russo preannuncia probabilmente l’uso di missili balistici ipersonici Oreshnik contro i quartier generali sotterranei della capitale, dove ufficiali americani ed europei coordinano il supporto alle forze armate ucraine nelle operazioni di targeting contro obiettivi russi.
Finora Mosca ha evitato di colpire i comandi ucraini, nonostante l’Ucraina abbia ripetutamente attaccato strutture di comando russe, incluso un centro di controllo distrutto la scorsa settimana con missili Storm Shadow britannici grazie a dati di targeting americani. Questa moderazione rifletteva il timore di uccidere militari NATO e il desiderio di non alienare l’amministrazione Trump, impegnata nel processo di pace. Tuttavia, il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato la scorsa settimana che i negoziati sono in stallo e che gli Stati Uniti sono disposti a mediare solo se emergono opportunità «produttive».
Sul terreno, l’esercito russo non riesce ad avanzare nel Donbas nonostante le perdite pesanti. Putin aveva condizionato la pace al ritiro ucraino dal territorio ancora controllato da Kyiv, presumendo una rapida conquista russa. L’uso massiccio di droni ucraini ha impedito questo scenario; al ritmo attuale, occorrebbero quasi tre anni per completare l’occupazione. Generali russi riferiscono a Putin che conquisteranno il Donbas entro l’autunno, ma le evidenze sul campo suggeriscono il contrario.
Il malcontento pubblico russo cresce mentre i costi economici della guerra si fanno sentire e la popolarità personale di Putin cala. Sondaggi indicano che la maggior parte dei russi accetterebbe un cessate il fuoco sulla linea attuale, ma gli «falchi» del Cremlino vedono questo come una sconfitta e da anni spingono per intensificare gli attacchi e minacciare l’Occidente con escalation radicale. Putin sembra ora cedere a questa pressione.
Mosca calcola che la nuova strategia porterà successi comunque: se gli Stati Uniti e la NATO ritirano consiglieri e diplomatici, è una vittoria russa; altrettanto se distrugge i comandi ucraini e compromette le capacità di targeting. La Russia potrebbe inoltre ritenere di avere meno da temere da una risposta di escalation occidentale. Gli Stati Uniti sono impantanati in una guerra con l’Iran che non riescono né a vincere né ad abbandonare. Ufficiali del Pentagono hanno segnalato un grave esaurimento delle scorte di armi critiche, inclusi missili da crociera e sistemi di difesa aerea, dirottati dal Golfo dalle riserve europee e del Pacifico. Il Pentagono ha avvertito il Giappone di «ritardi gravi» di due anni o più nella fornitura di missili Tomahawk già pagati, a causa della necessità di ricostituire le scorte consumate in Iran.
In Europa, metà dei paesi che avevano promesso munizioni di artiglieria all’Ucraina hanno sospeso la partecipazione, rischiando un crollo drastico dei rifornimenti di proiettili. La Russia potrebbe anche minacciare gli Stati Uniti: se Washington aumenta gli aiuti all’Ucraina, Mosca potrebbe offrire aiuto corrispondente all’Iran nel targeting con missili e droni, aumentando il rischio di perdite americane.
L’amministrazione Trump affronta quindi un dilemma imminente. Anziché abbandonare il processo di pace, deve urgentemente rientrare in gioco e esercitare pressione intensa sui alleati europei della NATO per offrire sollievi dalle sanzioni, acquisti energetici e normalizzazione delle relazioni che potrebbero indurre la Russia a terminare la guerra. Ciò richiede la nomina di un negoziatore di alto livello e esperienza, supportato da un team professionale, poiché i due inviati attuali sono distratti dalla guerra in Iran. Senza questo impegno, l’amministrazione potrebbe affrontare entro una settimana la scelta tra una ritirata umiliante e un impegno militare molto più profondo e pericoloso in Ucraina, con il rischio concreto di guerra diretta con la Russia.
L’analisi di Lieven identifica un meccanismo di escalation che gli analisti militari italiani riconoscono bene: quando una potenza sente che l’avversario è distratto altrove (qui la guerra in Iran), testa i limiti della deterrenza con mosse calibrate. Il ritiro dei consiglieri NATO da Kyiv non sarebbe solo una sconfitta diplomatica, ma comporterebbe la perdita di capacità di coordinamento tattico che l’Ucraina ha costruito in due anni. Per l’Italia, membro NATO, il nodo critico è che la credibilità della garanzia collettiva dipende dalla capacità americana di gestire simultaneamente più teatri: se fallisce, il messaggio verso Mosca (e verso Pechino) è che l’impegno occidentale è fragile.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 26 maggio 2026




