La cooperazione militare Emirati-Israele: promesse e rischi di un’alleanza regionale

Secondo un’analisi del Royal United Services Institute (RUSI), la recente rivelazione del dispiegamento di sistemi avanzati di difesa aerea israeliani negli Emirati Arabi Uniti durante il conflitto con l’Iran ha portato alla luce un livello di cooperazione strategica che entrambi gli attori avevano mantenuto relativamente opaco. Israele ha fornito agli Emirati il sistema Iron Dome, il sistema di sorveglianza Spectro e una versione del sistema di difesa laser Iron Beam, progettati per intercettare razzi e droni a corto raggio.
L’intensità degli attacchi iraniani contro gli Emirati è stata significativa: secondo il ministero della difesa emiratino, dal inizio della guerra fino al cessate il fuoco dell’8 aprile, gli Emirati hanno subito circa 550 missili balistici e 2.200 attacchi con droni, un numero superiore a quello registrato contro Israele stesso. Questo ha spinto Abu Dhabi ad assumere una posizione più dura nei confronti di Teheran rispetto agli altri stati del Golfo. Il 4 maggio, un sistema Iron Dome gestito da personale israeliano avrebbe intercettato un missile iraniano sul territorio emiratino, segnando il primo impiego operativo di hardware israeliano su suolo emiratino e il primo dispiegamento di Iron Dome al di fuori di Israele o degli Stati Uniti durante un conflitto attivo.
La cooperazione di sicurezza tra Israele e Emirati si è sviluppata gradualmente dagli Accordi di Abramo del 2020, accelerata dall’integrazione di Israele nel comando centrale americano (CENTCOM) nel gennaio 2021. Trasferimenti precedenti di sistemi avanzati come gli intercettori mobili SPYDER e i sistemi Barak erano stati interpretati come i primi significativi accordi di difesa tra Israele e uno stato del Golfo dopo la normalizzazione. Questi sistemi non hanno sostituito le piattaforme occidentali esistenti, come Patriot e THAAD, ma hanno rafforzato un’architettura di difesa aerea stratificata.
Gli Emirati perseguono una strategia di difesa selettiva e orientata agli interessi, volta a diversificare i partner di sicurezza ed evitare la dipendenza da un unico fornitore. Questo approccio si riflette in una serie di accordi di co-sviluppo con partner internazionali: una joint venture con l’italiana Leonardo per la progettazione e produzione di sistemi di difesa avanzati, il lancio di AD NAVAL con la francese CMN NAVAL, e un accordo con la sudcoreana Hanwha nel novembre 2025 per la cooperazione nella difesa aerea e missilistica.
Tuttavia, l’allineamento Emirati-Israele comporta rischi significativi per entrambi. Per Abu Dhabi, la cooperazione militare più profonda con Israele aumenta i costi reputazionali nel mondo arabo, acuisce l’esposizione alle ritorsioni iraniane e lega gli Emirati alle campagne militari regionali israeliane. Per Israele, un abbraccio più stretto con gli Emirati significa associarsi alle passività politiche dell’interventismo emiratino, incluso il sostegno passato a Khalifa Haftar in Libia e al Consiglio di transizione meridionale nello Yemen.
La questione centrale rimane se la cooperazione militare Emirati-Israele rafforzi un nuovo ordine regionale o esponga entrambi gli stati alle responsabilità delle guerre reciproche. Per ora, l’allineamento rappresenta un traguardo significativo, ma non un modello che altri stati del Golfo sembrano disposti a seguire. L’Arabia Saudita, in particolare, continua a legare la normalizzazione a un orizzonte politico credibile per lo stato palestinese e rimane cauta nel farsi coinvolgere in un’agenda di sicurezza regionale apertamente definita da Israele.
L’analisi del RUSI evidenzia un paradosso operativo rilevante anche per la NATO: la visibilità della cooperazione Emirati-Israele, pur rafforzando le capacità difensive locali, trasforma un’alleanza tecnica in una dichiarazione geopolitica che riduce la flessibilità diplomatica di entrambi gli attori. Per l’Italia, che mantiene relazioni bilaterali con i principali attori regionali, questo solleva questioni sulla sostenibilità di un ordine regionale costruito su coalizioni ristrette e prive di legittimità più ampia. La diversificazione emiratina verso partner europei e asiatici (Leonardo, CMN, Hanwha) suggerisce che Abu Dhabi non intende legarsi esclusivamente all’asse americano-israeliano, ma la guerra ha accelerato proprio questo processo, almeno nel breve termine.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 6 maggio 2026



