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La coercizione silenziosa della Cina spinge l’Europa all’autolesionismo economico

Secondo un’analisi pubblicata dall’European Council on Foreign Relations (ECFR), la Cina sta intensificando le minacce di coercizione economica verso l’Europa attraverso strumenti normativi sofisticati. Ad aprile 2026, il Consiglio di Stato cinese ha emanato le Provisions on Industrial and Supply Chain Security, che ordinano alle aziende cinesi di non conformarsi alle indagini e alle sanzioni dell’Unione europea, ha interrotto le forniture di componenti a duplice uso verso sette contractor europei della difesa per questioni legate a Taiwan, e ha minacciato ritorsioni contro l’Industrial Accelerator Act e il Cybersecurity Act dell’UE.

L’analisi dell’ECFR evidenzia un meccanismo di coercizione che funziona diversamente da quanto comunemente ritenuto. Sebbene i precedenti episodi di pressione economica cinese—come le sanzioni contro l’Australia nel 2020 o contro la Lituania nel 2021—abbiano prodotto danni commerciali limitati e temporanei, il vero effetto risiede nel «congelamento» dello spazio politico europeo. I responsabili delle politiche europee, temendo ritorsioni, abbandonano preventivamente le misure necessarie per affrontare il problema cinese, permettendo a Pechino di raggiungere i suoi obiettivi senza dover attivare formalmente gli strumenti coercitivi.

Le nuove normative cinesi sulle esportazioni di terre rare e i loro derivati creano un meccanismo di «arma della conformità»: aziende europee che rispettano le leggi dell’UE sulla diversificazione dei fornitori potrebbero essere sanzionate da Pechino per il semplice atto di conformarsi alla normativa europea. Un sondaggio tra aziende europee in Cina ha rilevato che il 15% dei rispondenti sta considerando di trasferire ulteriore produzione in Cina, inclusi componenti ad alto valore aggiunto, per gestire questi nuovi controlli.

L’articolo sottolinea che il vantaggio competitivo cinese non è puramente organico. Il renminbi risulta sottovalutato tra il 15 e il 30%, agendo come sussidio all’esportazione di fatto; i sussidi industriali cinesi ammontano a circa il 4% del PIL, il doppio della media UE. Un numero record di aziende cinesi opera in perdita, alimentando una guerra dei prezzi interna che costringe i produttori a esportare per sopravvivere. Decenni di investimenti finanziati dal debito nel settore immobiliare e infrastrutturale hanno creato un boom creditizio senza precedenti, compromettendo il sistema finanziario cinese e impedendo un significativo aumento della domanda interna.

L’Europa rimane tra le economie più esposte a questo «shock cinese». Tuttavia, un pacchetto politico comprensivo—che includa dazi, restrizioni agli appalti pubblici, condizionalità agli investimenti diretti esteri e standard obbligatori di diversificazione delle catene di approvvigionamento—continua a essere bloccato da Berlino e altre capitali europee. Il dibattito sulla competitività europea è dominato da soluzioni marginali, mentre il cosiddetto «effetto di congelamento» indotto dalle minacce coercitive cinesi paralizza le risposte sistemiche. L’ECFR conclude che l’Europa può affrontare il problema cinese solo combinando protezione industriale e deterrenza economica in un’agenda coerente: o trova una risposta che affronti entrambi gli aspetti, oppure non affronterà nessuno dei due.

L’analisi dell’ECFR descrive un dilemma strategico che tocca direttamente la NATO e l’Italia: la paralisi decisionale europea di fronte alla coercizione economica cinese compromette la base industriale della difesa collettiva. Per un paese come l’Italia, con catene di fornitura vulnerabili e una dipendenza crescente da input critici cinesi, il «congelamento» dello spazio politico europeo significa rinunciare preventivamente agli strumenti di resilienza che la dottrina NATO richiede. La questione non è più solo commerciale, ma di capacità operativa: ogni mese di inazione approfondisce la vulnerabilità strutturale dell’industria europea della difesa.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 21 maggio 2026

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