Washington corteggia Eritrea per il controllo del Mar Rosso, ma rischia di alimentare tensioni nel Corno d’Africa

Secondo un’analisi del Quincy Institute, l’amministrazione Trump sta conducendo negoziati riservati per normalizzare le relazioni con l’Eritrea, piccolo stato del Corno d’Africa dotato di una costa di 700 miglia sul Mar Rosso, posizionato direttamente di fronte ai territori controllati dagli Houthi nello Yemen all’ingresso dello stretto di Bab al-Mandeb. L’interesse strategico americano è legato alla situazione energetica globale: con gli Stati Uniti impegnati in una guerra con l’Iran che ha chiuso lo Stretto di Hormuz, l’Arabia Saudita sta instradando circa 4 milioni di barili di petrolio al giorno attraverso il porto del Mar Rosso di Yanbu, rendendo Bab al-Mandeb l’unico sbocco al mercato globale per il maggiore esportatore mondiale di petrolio.
Gli incontri tra Massad Boulos, inviato africano di Trump, e il presidente eritreo Isaias Afwerki sono stati organizzati dall’Egitto al Cairo. Sebbene Boulos abbia negato di aver discusso dell’Eritrea, l’Ambasciata eritrea a Washington ha successivamente rilasciato una dichiarazione che non ha smentito i colloqui, difendendo invece il caso per la normalizzazione. Il Dipartimento di Stato ha confermato di «guardare avanti al rafforzamento della relazione degli Stati Uniti con il popolo e il governo dello Stato dell’Eritrea».
Il ruolo dell’Egitto come mediatore rivela una dinamica più complessa. La guerra con l’Iran ha gravemente danneggiato l’economia egiziana: il presidente Abdel Fattah el-Sisi ha dichiarato che gli attacchi alle spedizioni nel Mar Rosso hanno costato all’Egitto 10 miliardi di dollari in entrate del Canale di Suez. Durante il blocco navale Houthi del 2023-2025, l’Egitto ha intrapreso passi significativi per migliorare i legami con l’Iran e ha condotto consultazioni segrete con gli Houthi per contenere l’escalation nel Mar Rosso.
Tuttavia, gli interessi egiziani verso l’Eritrea vanno oltre l’economia di emergenza. Il Cairo ha trascorso i due anni precedenti costruendo un’architettura di pressione elaborata attorno all’Etiopia confinante. L’Egitto considera la costruzione della Grande Diga della Rinascita Etiope (GERD), inaugurata a settembre, come una minaccia «esistenziale» alla sua sicurezza idrica. In risposta, l’Egitto ha concluso accordi per aggiornare i porti eritrei di Doraleh e Assab con strutture capaci di ospitare navi da guerra egiziane, ha schierato truppe nella missione di peacekeeping somala, ha fatto pressioni sull’Arabia Saudita per approfondire i legami di sicurezza con l’Eritrea, e si è allineato fermamente con le Forze Armate Sudanesi nella loro guerra civile.
In breve, l’Egitto ha costruito una chiara strategia di accerchiamento dell’Etiopia da tutti i lati, e ora, facendo da mediatore nel riavvicinamento tra Washington e Asmara, intende attivare il peso diplomatico americano nella sua campagna regionale. Per Washington, il normalizzamento con l’Eritrea è ancorato alla necessità: l’amministrazione Trump aveva incluso l’Eritrea nel suo divieto di viaggio nel giugno 2025, e il paese è stato designato come «Paese di Particolare Preoccupazione» dal Dipartimento di Stato ogni anno dal 2004 a causa dei suoi violenti attacchi ai gruppi cristiani non registrati.
Tuttavia, il riavvicinamento comporta rischi significativi. Eritrea ed Etiopia hanno combattuto una guerra di confine brutale dal 1998 al 2000, e attualmente stanno ammassando truppe lungo il loro confine condiviso. Dopo una pace mediata dagli Emirati Arabi Uniti nel 2018, i due paesi hanno collaborato per schiacciare una ribellione nella regione del Tigray dal 2020 al 2022, un conflitto che ha causato più di 600.000 morti. L’alleanza è crollata immediatamente dopo, e l’Eritrea ha iniziato ad armare i nemici dell’Etiopia, incluse milizie etniche Amhara e fazioni del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF). Ad aprile, il TPLF ha annunciato il ripristino del suo parlamento, una sfida diretta all’autorità federale che rispecchia la provocazione che ha avviato la guerra del 2020-2022.
Il Corno d’Africa è quindi sull’orlo di una guerra rinnovata, e il normalizzamento con l’Eritrea rischia di aumentare ulteriormente le tensioni. Tuttavia, esiste anche un’opportunità per gli Stati Uniti di agire come stabilizzatore: Washington ora ha canali aperti verso tutti i lati e potrebbe utilizzare questi asset come forza di de-escalation, oppure rischiare di essere trascinato nelle rivalità di lunga data della regione.
L’analisi del Quincy Institute evidenzia un dilemma tattico che non è nuovo nella storia strategica: la ricerca di basi e alleanze nel breve termine può compromettere equilibri regionali più ampi. Per l’Italia e la NATO, il caso eritreo illustra come la competizione per il controllo del Mar Rosso e dei chokepoint energetici globali stia ridisegnando le alleanze africane, con implicazioni che vanno oltre il Medio Oriente. La mediazione egiziana del riavvicinamento USA-Eritrea, letta nel contesto della strategia di accerchiamento dell’Etiopia, suggerisce che Washington potrebbe trovarsi involontariamente schierata in conflitti regionali che non ha scelto. Per Roma, che mantiene interessi storici nel Corno d’Africa e nella sicurezza del Mar Rosso, il rischio è che una destabilizzazione della regione complichi ulteriormente gli equilibri mediterranei e la libertà di navigazione.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 5 maggio 2026



