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L’Ungheria dopo Magyar: sei sfide per consolidare il mandato di cambiamento

Secondo un’analisi pubblicata dall’European Council on Foreign Relations (ECFR), la vittoria elettorale di Peter Magyar e del suo partito Tisza rappresenta una rottura con i 16 anni di governo illiberale di Viktor Orbán, ma il nuovo primo ministro ungherese dovrà affrontare una serie di sfide derivanti da un mandato popolare più fragile di quanto le immagini della notte elettorale potrebbero suggerire. Un sondaggio condotto dall’ECFR una settimana dopo le elezioni del 12 aprile 2026, comparato con un precedente rilevamento pre-elettorale, identifica sei fattori critici che condizioneranno il successo della transizione ungherese.

In primo luogo, gli ungheresi hanno votato principalmente per il cambiamento e contro Orbán, non specificamente per Magyar o il suo programma. Solo il 15% dei sostenitori di Tisza ha citato la visione del partito o le qualità del leader come ragione principale del voto; la stragrande maggioranza ha invece enfatizzato il desiderio di riforma sistemica, l’insoddisfazione verso Fidesz e la corruzione. Questo significa che il mandato di Magyar potrebbe rivelarsi più debole di quanto appaia, poiché il compito reale consiste nel definire una visione propria e convincere gli elettori ad aderirvi.

In secondo luogo, gli ungheresi pongono le questioni domestiche al primo posto: costo della vita, servizi pubblici, corruzione, crescita economica e occupazione dominano le priorità. Solo il 15% della popolazione e il 21% dei votanti Tisza considerano le relazioni con l’Unione Europea tra i due problemi più importanti. Questo offre a Magyar un certo margine di manovra, ma anche un avvertimento: il precedente di Donald Tusk in Polonia dimostra come la popolarità possa evaporare rapidamente se i risultati tardano.

Tuttavia, sebbene le relazioni UE non siano una priorità immediata, gli ungheresi sostengono fermamente il miglioramento dei rapporti con Bruxelles: quasi l’80% si aspetta che il nuovo governo normalizzi i legami europei. Tre quarti della popolazione supporta l’appartenenza all’UE, e una maggioranza nazionale favorisce persino l’adozione dell’euro. Lo sblocco dei fondi di recupero europeo congelati entro l’estate rappresenta un’opportunità cruciale per Magyar di segnalare la riorientazione verso l’Europa, anche se la maggior parte degli ungheresi non si aspetta che questo avvenga facilmente.

Riguardo all’Ucraina, il mandato di Magyar è limitato. Gli ungheresi si aspettano che Budapest approvi il sostegno finanziario dell’UE a Kyiv e migliori le relazioni bilaterali, ma una maggioranza si oppone allo sblocco dei negoziati di adesione ucraina all’UE, persino tra i votanti Tisza. Ancora più marcata l’opposizione al sostegno finanziario e militare diretto a Kyiv. Su questioni come il transito di aiuti militari attraverso il territorio ungherese, emerge una frattura: il paese nel complesso è contrario, ma i votanti Tisza sono prevalentemente favorevoli, sebbene con minore entusiasmo rispetto a prima delle elezioni.

Sulla questione energetica, Magyar si trova di fronte a una situazione paradossale. Prima delle elezioni, due terzi dei sostenitori Tisza erano favorevoli all’interruzione dell’importazione di combustibili russi; dopo il voto, meno della metà mantiene questa posizione, mentre il 38% si oppone. A livello nazionale, una maggioranza del 52% ora si oppone all’interruzione delle importazioni energetiche russe. Questo crea potenziale tensione con Bruxelles, che potrebbe ritenere insufficiente lo sforzo ungherese per ridurre la dipendenza energetica da Mosca.

Infine, i votanti Tisza mostrano un’agenda ideologica eterogenea: sostengono ampiamente politiche climatiche ambiziose e diritti LGBTQ+, ma anche politiche familiari tradizionali. Una maggioranza schiacciante appoggia una politica climatica ambiziosa, il che potrebbe consentire a Magyar di presentare le energie rinnovabili come strumento per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili russi. Riguardo ai diritti LGBTQ+, il mandato dei votanti Tisza è chiaro, contrariamente alla posizione di Fidesz, e questo dovrebbe spingere le istituzioni europee a insistere affinché il nuovo governo affronti la discriminazione in conformità alle recenti sentenze della Corte di Giustizia europea.

L’Unione Europea affronta un dilemma: quanto pressione esercitare su Budapest per cambiare rotta su Ucraina, Russia e altre questioni come precondizione per lo sblocco dei fondi europei, quando la società ungherese mostra un atteggiamento tiepido verso tali inversioni? Il rischio è duplice: perdere un’opportunità di riorientamento politico oppure spingere troppo duramente e distogliere le risorse scarse della nuova amministrazione dall’agenda domestica di riforma sistemica, che rimane la priorità assoluta per gli ungheresi.

L’analisi dell’ECFR rivela una tensione strutturale che avrà riflessi anche sulla coesione NATO: Magyar ha un mandato forte per le riforme interne, ma un mandato debole per il riallineamento europeo su Ucraina e Russia, questioni centrali per la sicurezza collettiva dell’Alleanza. Per l’Italia, questo significa che la stabilizzazione dell’Ungheria non è automatica, e che Bruxelles dovrà calibrare con estrema cautela le condizionalità sui fondi europei per non provocare un contraccolpo populista che riporterebbe Orbán al potere. La finestra temporale è stretta: l’estate 2026 è cruciale sia per i fondi UE che per le decisioni su energia e Ucraina.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 7 maggio 2026

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