Pakistan mediatore tra Usa e Iran: convenienze energetiche e ambizioni geopolitiche

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, il Pakistan si è affermato come mediatore centrale nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, con il presidente Trump che ha annunciato una possibile seconda fase di colloqui a Islamabad. Questo ruolo rappresenta una trasformazione notevole per un paese che fino a poco tempo fa era considerato da Trump un destabilizzatore strategico.
Le motivazioni di Islamabad sono molteplici e radicate in necessità strutturali. Il Pakistan dipende pesantemente dalle importazioni energetiche, con oltre l’85 per cento del fabbisogno petrolifero e quasi tutto il gas naturale liquefatto forniti dall’Arabia Saudita, dal Qatar e da altri stati del Golfo. La guerra ha costretto il governo a imporre misure di austerità drastiche, inclusa una settimana lavorativa di quattro giorni per i dipendenti pubblici e la chiusura delle scuole per risparmiare energia. Il 17 aprile l’Arabia Saudita ha fornito 3 miliardi di dollari in sostegno aggiuntivo e ha esteso per altri tre anni un accordo di rollover di 5 miliardi.
La geografia amplifica ulteriormente gli interessi pakistani. Il paese condivide un confine di 900 chilometri con l’Iran, che lo pone in prossimità del teatro di conflitto. La regione del Balochistan, che si estende su entrambi i lati della frontiera, è teatro di violenza ricorrente da parte di gruppi militanti e di un’insurrezione separatista. La composizione demografica settaria del Pakistan aggiunge un ulteriore elemento: sebbene i sunniti siano maggioranza, il paese ospita la seconda più grande popolazione sciita al mondo dopo l’Iran, con stime comprese tra il 10 e il 25 per cento della popolazione totale.
Il fattore più significativo rimane tuttavia il rapporto personale tra il presidente Trump e il capo dell’esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir, che mantiene un controllo stretto sulla politica estera del paese. Munir è stato invitato a un pranzo privato alla Casa Bianca nel giugno 2025 e successivamente all’Ufficio Ovale nel settembre dello stesso anno per discutere investimenti americani nel settore dei minerali critici. Nel settembre 2025 ha partecipato a una cerimonia di pensionamento del generale Michael Kurilla, capo del Comando centrale americano (CENTCOM).
Gli interessi di Munir si concentrano su tre settori specifici, definiti «3C»: criptovalute, minerali critici e contrasto al terrorismo. Nel settembre 2025 la società americana US Strategic Metals ha firmato un memorandum da 500 milioni di dollari con unità dell’esercito pakistano per l’estrazione di minerali critici. Nel gennaio 2026 un accordo ha formalizzato una partnership tra Pakistan e un’entità affiliata alla società di criptovalute World Liberty Financial, finanziata dalla famiglia Trump.
Tuttavia, le speranze pakistane di benefici economici tangibili dall’amministrazione Trump rimangono incerte. La storia offre pochi motivi di ottimismo riguardo ai dividendi concreti che il paese potrebbe ricavare dal suo ruolo di mediatore.
La posizione di Islamabad come mediatore riflette una calcolo tattico ben preciso: risolvere una crisi energetica acuta sfruttando il rapporto privilegiato tra Munir e Trump. Tuttavia, la credibilità del Pakistan come mediatore neutrale è compromessa dalle sue operazioni militari in corso contro l’Afghanistan, dalle tensioni storiche con l’Iran e dall’accordo di difesa reciproca ancora non ratificato con l’Arabia Saudita. Per l’Italia e la NATO, il caso pakistano illustra come gli attori regionali cerchino di capitalizzare le fratture geopolitiche globali, ma anche quanto sia fragile la stabilità quando costruita su relazioni personali tra leader anziché su istituzioni solide.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 21 aprile 2026




