La lezione norvegese sulla sicurezza energetica: elettrificazione, non trivellazioni

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, la crisi energetica globale innescata dagli attacchi USA-Israele all’Iran – che ha provocato la chiusura dello Stretto di Hormuz e danni a oltre 60 impianti petroliferi e di gas nel Golfo – rappresenta uno shock di approvvigionamento più grave di quelli del 1973, 1979 e 2022 messi insieme. Il Regno Unito, fortemente dipendente da importazioni di petrolio e gas, risente particolarmente dell’impennata dei prezzi, nonostante possieda una produzione domestica significativa nel Mare del Nord.
Il dibattito britannico sulla sicurezza energetica si concentra attualmente sulla questione delle nuove licenze di esplorazione petrolifera e gassifera. Tuttavia, l’analisi sostiene che questa non rappresenta una soluzione credibile. Il Mare del Nord è un bacino maturo: la produzione ha raggiunto il picco nel 1999 e si stima che il 90 per cento delle risorse fossili sia già stato estratto. Nuovi progetti richiedono mediamente 15 anni prima di iniziare la produzione, mentre le riserve britanniche ammontano allo 0,1 per cento del totale globale.
Il modello alternativo è offerto dalla Norvegia, che malgrado disponga di enormi giacimenti petroliferi e gasiferi, ha scelto di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili attraverso l’elettrificazione. Nel 2025, petrolio e gas rappresentavano rispettivamente il 28 e il 14 per cento del consumo energetico norvegese, contro il 37 e il 38 per cento nel Regno Unito. Questa differenza riflette scelte politiche deliberate: il riscaldamento domestico norvegese si basa prevalentemente su pompe di calore elettriche anziché caldaie a gas, una transizione avviata dopo l’embargo petrolifero del 1973 e accelerata nei primi anni 2000 attraverso sussidi, agevolazioni fiscali e programmi di formazione per gli installatori.
Nel Regno Unito, il potenziale di riduzione della dipendenza da petrolio e gas attraverso l’elettrificazione è considerevole. Attualmente, circa un quinto dell’energia è consumata sotto forma di elettricità. Il gas per il riscaldamento domestico rappresenta il 37 per cento del consumo totale di gas (circa 23 miliardi di metri cubi nel 2025), mentre l’adozione di pompe di calore rimane modesta: 24 unità per mille abitazioni, contro le 662 della Norvegia. Nel settore dei trasporti, i veicoli elettrici rappresentano meno del 6 per cento della flotta britannica, rispetto al 32 per cento in Norvegia, dove costituivano il 98 per cento delle nuove immatricolazioni nei primi tre mesi del 2026.
L’analisi riconosce tuttavia le sfide significative: l’installazione di pompe di calore richiede spesso interventi di isolamento termico, comporta costi iniziali elevati e la gestione del declino della rete di distribuzione del gas presenta complessità notevoli. La Norvegia beneficia inoltre di vantaggi strutturali: lo Stato norvegese è azionista principale di Equinor, la principale società energetica nazionale, e dispone di cospicui ricavi petroliferi per finanziare la transizione. Nel Regno Unito, la produzione di petrolio e gas è stata completamente privatizzata negli anni Ottanta.
L’analisi di Chatham House tocca un punto strategico rilevante per la NATO e per l’Italia: la vulnerabilità energetica non si risolve con trivellazioni tardive, bensì con riduzione strutturale della dipendenza da idrocarburi. Per un paese mediterraneo come l’Italia, esposto ai medesimi shock del Golfo Persico, il modello norvegese di elettrificazione accelerata rappresenta una lezione più pertinente di qualsiasi discussione sulla produzione domestica marginale. La transizione verso pompe di calore e veicoli elettrici richiede investimenti pubblici significativi e continuità politica pluriennale – esattamente ciò che la Norvegia ha dimostrato di possedere e che molti alleati europei ancora faticano a garantire.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 27 aprile 2026




