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Kurdistan iracheno paralizzato: lo stallo politico espone la regione ai rischi della guerra con l’Iran

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, la regione autonoma del Kurdistan iracheno si trova in una condizione di vulnerabilità crescente a causa dello stallo nella formazione del governo regionale, che perdura da oltre 18 mesi dalle elezioni parlamentari. L’incapacità dei due principali partiti curdi – il Partito Democratico del Kurdistan (KDP) e l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) – di raggiungere un accordo di coalizione ha lasciato le istituzioni regionali in uno stato di paralisi operativa, mentre si accumulano sfide politiche, economiche e geopolitiche di notevole entità.

Il conflitto tra KDP e PUK affonda le radici in divergenze fondamentali sulla loro posizione relativa nel panorama politico curdo. Il KDP, forte dei suoi risultati elettorali superiori, sostiene l’abbandono della condivisione del potere con il PUK e mira a concentrare l’autorità attorno al primo ministro Masrour Barzani. Il PUK, invece, cerca di recuperare rilevanza dopo un decennio di marginalizzazione e insiste sulla necessità di una vera condivisione del potere. Questa frattura ha azzerato i legami politici tra i due partiti e impedisce loro di presentare un fronte unito nelle negoziazioni con Baghdad e negli equilibri regionali.

La paralisi interna si riflette anche nelle relazioni con il governo federale iracheno. Storicamente, il sistema informale di distribuzione etno-settaria aveva assegnato la presidenza irachena al blocco curdo, tradizionalmente controllata dal PUK. Tuttavia, il KDP ha contestato questo accordo negli ultimi due cicli elettorali, contribuendo a prolungati ritardi nella formazione del governo federale. Più significativamente, l’assenza di una posizione curda unificata ha permesso a Baghdad di erodere progressivamente l’autonomia della regione: il governo federale ha assunto il controllo delle esportazioni di petrolio attraverso il gasdotto verso la Turchia (settembre 2025), ha introdotto un nuovo sistema doganale nazionale (ASYCUDA) che bypassa le autorità regionali, e ha limitato il controllo curdo sulla riscossione delle entrate ai confini con Turchia e Iran.

La vulnerabilità della regione si è acuita drammaticamente a causa della guerra tra Iran e Stati Uniti. Secondo il Community Peacemaker Teams, il Kurdistan iracheno ha subito almeno 695 attacchi iraniani dall’inizio del conflitto, con 48 attacchi registrati anche dopo l’inizio del cessate il fuoco. Il bilancio include 22 morti e oltre 100 feriti, oltre a danni a infrastrutture critiche e a strutture militari e diplomatiche statunitensi. Inoltre, gruppi di milizie sostenute dall’Iran hanno condotto circa 453 attacchi, motivati dalla percezione dell’allineamento curdo con gli Stati Uniti e dalle tensioni con Baghdad. La mancanza di coesione tra KDP e PUK impedisce alla regione di costruire una posizione negoziale credibile nei confronti di Washington e Teheran, e di limitare gli attacchi delle milizie attraverso un dialogo coordinato con il governo centrale iracheno.

L’analisi di Chatham House evidenzia come il rischio maggiore risieda nel possibile collasso delle strutture istituzionali che hanno garantito l’unità e la coerenza del Kurdistan iracheno. Se le fondamenta politiche della regione dovessero cedere, le sfide già critiche – dalla pressione economica all’esposizione militare – potrebbero aggravarsi ulteriormente, trasformando una crisi di governo in una frattura strutturale con conseguenze imponderabili per la stabilità dell’intera area.

La paralisi del Kurdistan iracheno rappresenta un caso di scuola su come le divisioni interne erodono la capacità di una comunità di difendere i propri interessi strategici: il vuoto di autorità centrale consente sia a Baghdad di recuperare controllo sia a Teheran di operare con minore resistenza. Per l’Italia e la NATO, il deterioramento della posizione curda complica ulteriormente uno scenario mediorientale già fragile, riducendo la stabilità di una regione cruciale per gli equilibri regionali e per la sicurezza dei nostri alleati. La lezione operativa è che la coesione politica interna è prerequisito della capacità di proiezione esterna: senza di essa, neppure la posizione geografica strategica garantisce autonomia.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 29 aprile 2026

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