Il memorandum con l’Iran come manovra dilatoria su Hormuz

«Stiamo controllando la corsia meridionale dello Stretto di Hormuz da due mesi»: lo ha dichiarato il 19 agosto un funzionario dell’amministrazione Trump ad Axios, e il periodo coincide quasi esattamente con la firma del Memorandum of Understanding (MOU) tra Stati Uniti e Iran, il 17 giugno. Su questa coincidenza Ryan Costello, in un articolo pubblicato da Responsible Statecraft, il sito del Quincy Institute, costruisce la sua tesi: Washington avrebbe sottoscritto l’intesa non per chiudere la guerra, ma per ridurre la leva iraniana sullo Stretto e prepararsi a nuove fasi del conflitto.
Il primo indizio è politico. Il senatore repubblicano Bill Cassidy aveva definito l’accordo un tradimento dell’eredità di Reagan, poi ha cambiato posizione sui futuri voti relativi ai poteri di guerra dopo un briefing con il vicepresidente JD Vance e l’inviato Steve Witkoff, parlando di un «piano plausibile». Per l’autore è più probabile che i senatori siano stati messi a parte di un segreto che costretti a rientrare nei ranghi: l’intesa non era pensata per durare.
Altri segnali riguardano il Libano e i fondi congelati. Il segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale Marco Rubio ha annunciato un accordo trilaterale incentrato sul disarmo di Hezbollah, che ha offerto a Israele una giustificazione per mantenere l’occupazione del Libano meridionale e per distruggere decine di villaggi nelle aree controllate. Quanto ai beni iraniani bloccati dalle sanzioni, che il MOU impegnava a rendere accessibili, un funzionario ha dichiarato che nessuna parte di quel denaro raggiungerà mai l’Iran e che sarebbe stato usato solo per acquisti umanitari.
Il nodo decisivo, osserva Costello, è però lo Stretto. Teheran leggeva il testo come conferma del proprio ruolo nel regolare il transito; Washington ha accelerato la creazione di un corridoio alternativo sul lato omanita. Il 18 giugno un avviso del Joint Maritime Information Center della Combined Maritime Force invitava le navi mercantili a contattare un referente della Marina statunitense, e il 23 giugno il Financial Times riferiva di armatori incerti sulla rotta da seguire.
Vance ha spiegato che il presidente voleva usare il memorandum per rifornire le scorte petrolifere mondiali e poi «vedere dove va la mano», conservando i risultati ottenuti e molte opzioni. Sulla rotta omanita le petroliere procedono a meno di un miglio dalla costa, senza luci, radio né telefono, con velivoli statunitensi incaricati di intercettare missili e droni iraniani. Le navi vengono comunque colpite: a metà settembre, secondo Fox News, un mercantile a contratto con gli Stati Uniti ha subito lievi ferite tra l’equipaggio, con «personale statunitense» a bordo.
La sequenza militare è ricostruita con date precise. Il 25 giugno la Ever Lovely, battente bandiera di Singapore, è stata attaccata al largo dell’Oman; la Marina dei Guardiani della Rivoluzione islamica (IRGC) ha definito «inaccettabili» le rotte non approvate da Teheran. Il giorno dopo il Comando Centrale statunitense (CENTCOM) ha colpito siti sulla costa iraniana, violando secondo l’autore la prima clausola del MOU, che vietava minaccia e uso della forza. Nessuna delle parti ha attivato il meccanismo di risoluzione delle controversie.
Il 7 luglio gli Stati Uniti hanno accusato l’Iran di aver attaccato tre mercantili in 24 ore e hanno risposto con attacchi su 80 obiettivi, in concomitanza con i funerali di Stato di Ali Khamenei; l’8 luglio ne sono seguiti altri 90. Il Ministero della Salute iraniano ha riferito di 14 morti e 78 feriti nei due giorni, mentre Teheran ha risposto con missili e droni contro basi statunitensi nella regione. Trump ha dichiarato il memorandum «finito». L’11 luglio il CENTCOM ha rivendicato il transito di oltre 800 navi e 400 milioni di barili di greggio dall’inizio di maggio, e il blocco dei porti iraniani è stato ripristinato, con 13 notti consecutive di attacchi.
Costello riconosce che l’intento di Trump resta difficile da accertare. Un’ipotesi alternativa, quella di un avvio imperfetto da portare a compimento con la forza di volontà, non spiega però né il riallineamento dei repubblicani più intransigenti né il rapido rifiuto di punti essenziali dell’intesa. La manovra, conclude, sembra essersi ritorta contro chi l’ha condotta: restano la rivendicazione di un controllo smentito dall’intensificarsi degli attacchi, il rischio di un nuovo ciclo di guerra e un deficit di fiducia alimentato dalla presunta malafede sul memorandum.
Il commento di GrNet.it
Sono più di 800 le navi e 400 milioni i barili che il CENTCOM dice di aver fatto transitare da maggio, ma resta una cifra rivendicata, che l’articolo non accompagna con dati indipendenti sulle navi colpite lungo la stessa rotta. Per chi ha una formazione operativa, un transito a meno di un miglio dalla costa, senza luci né comunicazioni, sotto copertura aerea, descrive una scorta ad alto rischio e quasi senza margine d’errore, con le navi mercantili come parte esposta. Anche l’ipotesi del memorandum come manovra dilatoria si regge su indizi pubblici e su dichiarazioni di funzionari, non su documenti: è una lettura plausibile da tenere distinta dalla prova. Per un Paese mediterraneo come l’Italia resta aperta la domanda su quanto il traffico energetico possa dipendere da un corridoio protetto da una sola marina.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 22 ottobre 2026






