La guerra ucraina arriva nell’Artico e i margini di sicurezza si assottigliano

Da decenni l’Artico era rimasto ai margini dei conflitti attivi, spazio di cooperazione scientifica e di misure di rassicurazione reciproca tra Mosca e le capitali occidentali. Quel modello si è incrinato definitivamente lo scorso 9 settembre, quando droni ucraini hanno colpito due impianti di trattamento del gas nella regione di Yamalo-Nenets, a circa 1.900 miglia dal confine ucraino: è l’attacco più profondo condotto da Kyiv dall’inizio della guerra. Lo ricostruisce Pavel Devyatkin in un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, testata legata al Quincy Institute.
L’area di Yamal produce circa l’80% del gas naturale russo. Secondo analisti militari russi citati nel pezzo, i droni sarebbero partiti da Sumy, nel nord dell’Ucraina, con il supporto di Starlink. Le Forze per le Operazioni Speciali ucraine hanno rivendicato l’azione dichiarando che, fino a quel momento, quella era considerata una retrovia assolutamente sicura.
L’attacco ha scosso i mercati energetici europei, che dipendono in larga misura dal gas estratto in quell’area. Il presidente statunitense Donald Trump ha successivamente chiesto a Kyiv di interrompere i colpi contro le infrastrutture diesel russe, sostenendo che la carenza di carburante stesse danneggiando l’economia mondiale, senza però riconoscere che l’impennata dei prezzi energetici globali dipende in gran parte dalla guerra in Iran.
Non è il primo episodio che trascina l’Artico nel conflitto: nel giugno 2025 droni ucraini introdotti in Russia via autocarro avevano colpito la base aerea di Olenya, sulla penisola di Kola, dove Mosca conservava i bombardieri strategici a lungo raggio ritenuti al sicuro per la loro collocazione remota.
L’autore sottolinea l’assenza di meccanismi per gestire un eventuale incidente: sia Washington sia Mosca schierano bombardieri strategici e sottomarini a nord del Circolo polare artico, e la Russia utilizza la regione come banco di prova per missili da crociera a propulsione nucleare e droni subacquei. Funzionari occidentali anonimi hanno riferito a Reuters che nell’aprile 2026 forze statunitensi, britanniche e norvegesi avrebbero affrontato mezzi sommergibili russi impegnati in esercitazioni di sabotaggio contro cavi sottomarini vicino alle Svalbard, versione respinta dall’ambasciata russa a Oslo come guerra dell’informazione.
Il rapporto descrive una classica situazione di dilemma di sicurezza: dopo l’adesione di Finlandia e Svezia alla NATO, sette degli otto Stati artici appartengono all’Alleanza, che nel febbraio 2026 ha lanciato la missione Arctic Sentry, coordinata dal comando congiunto di Norfolk. L’iniziativa è arrivata un mese dopo le pressioni di Trump per l’annessione della Groenlandia, mentre l’Unione Europea ha stanziato 232 milioni di dollari a sostegno dell’isola.
In parallelo cresce la cooperazione tra Russia e Cina nella regione, con pattugliamenti congiunti e voli di bombardieri condotti per la prima volta nella zona di identificazione della difesa aerea dell’Alaska nel 2024. Devyatkin segnala tuttavia alcuni segnali positivi: il Comando europeo statunitense ha annunciato quest’anno la ripresa del dialogo militare con la Russia, e la Norvegia intende discutere di sicurezza marittima con Mosca nell’ambito dell’accordo INCSEA. Per l’autore, senza un rilancio dei canali diplomatici e della cooperazione multilaterale tra guardie costiere, il rischio è che l’Artico diventi un teatro di scontro permanente tra potenze dotate di armamenti nucleari.
Il commento di GrNet.it
Un attacco alle infrastrutture del gas artico non è equiparabile a un colpo contro una raffineria qualunque: quando l’obiettivo si trova a 1.900 miglia dal fronte e a ridosso di basi che ospitano la componente aerea della triade nucleare russa, il calcolo del rischio cambia natura. La dottrina della deterrenza nucleare si regge su previsioni reciproche di comportamento, e quelle previsioni si costruiscono con canali di comunicazione costanti, non con esercitazioni parallele che si susseguono senza contatto diretto. Colpisce che il ripristino del dialogo militare tra Comando europeo statunitense e Mosca venga citato quasi come una notizia di secondo piano, quando dovrebbe essere il perno di qualsiasi valutazione sulla stabilità regionale. Per l’Italia, che nell’Artico non ha interessi diretti paragonabili a quelli scandinavi, la lezione riguarda comunque la NATO nel suo complesso: un’alleanza che rafforza la presenza militare senza mantenere aperti i canali di deconfliction rischia di trasformare ogni incidente tecnico in una crisi politica dagli esiti imprevedibili.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 15 settembre 2026




