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Il patto tra Putin e le élite russe si logora sotto il peso della guerra

Nel febbraio 2022, quando Vladimir Putin decise l’invasione su vasta scala dell’Ucraina, l’establishment politico ed economico russo oppose scarsissima resistenza. Chi si espose pagò caro: l’ex consigliere del Cremlino Dmitry Kozak, che secondo alcune ricostruzioni si oppose all’operazione nelle riunioni del consiglio di sicurezza, vide ridimensionato il proprio peso politico, mentre il fondatore della maggiore banca online russa, Oleg Tinkov, dopo aver condannato l’invasione su Instagram fu costretto a cedere la propria quota a una frazione del valore, perdendo quasi 9 miliardi di dollari. È da qui che Natalya Kovaleva, in un’analisi pubblicata da Chatham House, fa partire la ricostruzione di un patto – lealtà e silenzio politico in cambio di libertà di arricchimento – che a distanza di cinque anni mostra crepe sempre più visibili.

Il primo fronte riguarda il mondo delle imprese. Alexey Mordashov, azionista di controllo del colosso siderurgico Severstal e uomo più ricco di Russia, perse oltre 11 miliardi di dollari a causa delle sanzioni nel 2022, secondo Forbes Russia, salvo poi recuperare gran parte del patrimonio, stimato a 37 miliardi nel 2026. L’economia russa, che nel 2021 cresceva del 6 per cento, l’anno scorso si è fermata all’1 per cento, mentre il disavanzo di bilancio 2026 ha già superato del cinquanta per cento l’obiettivo annuale.

Gli attacchi ucraini con droni e missili in profondità nel territorio russo hanno aggravato la pressione: le raffinerie colpite hanno causato carenze di carburante e spinto l’inflazione, mentre gli attacchi contro la piattaforma di e-commerce Wildberries hanno distrutto un terzo della capacità di magazzino dell’azienda, per un valore di 480 miliardi di rubli (4,2 miliardi di sterline) appartenenti a circa 100.000 piccole imprese. Le aziende hanno speso oltre un miliardo di dollari in difese antidrone, spesso rudimentali, senza alcun contributo statale. A marzo 2026 Putin ha chiesto agli imprenditori donazioni dirette allo sforzo bellico: entro agosto le ‘donazioni volontarie’ hanno raggiunto i 384 miliardi di rubli (3,3 miliardi di sterline), mentre il ministro delle Finanze Anton Siluanov ha segnalato la necessità di altri 2.000 miliardi di rubli (17,5 miliardi di sterline) entro fine anno, con la spesa militare salita al 40 per cento del bilancio federale.

Il secondo fronte è quello delle confische. Dal 2022 circa 6.500 miliardi di rubli (56,8 miliardi di sterline) in beni sono passati sotto controllo statale, con un’accelerazione netta nel 2025, anno in cui l’Agenzia federale per la gestione dei beni statali ha rilevato almeno 805 società. Il caso più rilevante riguarda l’azienda agricola Rusagro, il cui fondatore Vadim Moshkovich – un tempo cinquantunesimo uomo più ricco del paese – si è visto confiscare beni per 550 miliardi di rubli (4,8 miliardi di sterline) nel giugno 2026.

Il terzo elemento riguarda la protezione politica, non più garantita dalla sola lealtà. Tra i casi citati figurano lo smantellamento della rete legata all’ex ministro della Difesa Sergei Shoigu e l’arresto del generale maggiore Ivan Popov dopo critiche pubbliche alla gestione militare del conflitto. Secondo Novaya Gazeta, dall’inizio della guerra sono stati aperti procedimenti penali contro almeno 697 funzionari regionali e federali, un numero quasi triplicato nel 2025 rispetto al 2021. Nel maggio 2026 il capo economista della banca statale VEB, Andrey Klepach, ha avvertito che la Russia non può vincere una guerra di logoramento prolungata: è stato rimosso ad agosto.

Il commento di GrNet.it

Il vincolo tra Cremlino e grandi imprese non è mai stato un patto tra pari, ma uno scambio asimmetrico che regge finché lo Stato garantisce prevedibilità: quando quella prevedibilità viene meno, come mostrano le confische di Rusagro o la rimozione di Klepach, il costo della fedeltà supera il beneficio dell’accumulo. Per chi osserva la resilienza economica russa da una prospettiva europea, il dato interessante non è la tenuta del regime, oggi non in discussione, ma la crescente distanza tra l’establishment tecnico-finanziario e la leadership politica sulla sostenibilità del conflitto. È una dinamica che la NATO e i governi europei dovrebbero monitorare con cautela, senza sopravvalutarla: gli avvertimenti di Gref e Klepach restano dissenso interno alle élite, non segnali di frattura verso il basso. Resta comunque un indicatore utile per calibrare le aspettative sui tempi di un eventuale negoziato, più che sulla stabilità immediata del potere di Putin.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 8 settembre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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