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L’UNHCR punta a dimezzare entro il 2035 i rifugiati in esilio permanente

Secondo un’analisi firmata da Barham Salih, il nuovo Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), pubblicata su Chatham House, i paesi che consentono ai rifugiati in «esilio prolungato» di lavorare ne rafforzano l’economia e ne migliorano al tempo stesso le possibilità di reinsediamento o di rientro in patria.

Alla fine del 2025 i rifugiati nel mondo superavano i 40 milioni, un livello prossimo al massimo storico. Quasi sette su dieci si trovano in quella che l’autore definisce «displacement protratto», ovvero un esilio che dura da almeno cinque anni, spesso dipendente dall’assistenza umanitaria per la sopravvivenza. Ogni anno, secondo l’articolo, nascono circa 305.000 bambini con lo status di rifugiati, molti dei quali cresceranno, si sposeranno e avranno figli senza mai fare ritorno nel paese d’origine.

Salih richiama la propria vicenda personale: giovane curdo in Iraq alla fine degli anni Settanta, ottenne asilo, istruzione e una nuova vita nel Regno Unito, per poi tornare in Iraq e contribuire al suo futuro. Un’opportunità, sottolinea, che oggi viene concessa a troppo pochi rifugiati.

Da qui la proposta dell’UNHCR, denominata «50 by 35»: dimezzare entro il 2035 il numero di rifugiati intrappolati in situazioni di esilio prolungato e dipendenti dagli aiuti. L’obiettivo, precisa l’autore, non comporta un taglio dell’assistenza umanitaria, definita indispensabile e già ridotta all’osso, ma punta a ridurre la necessità strutturale di quell’assistenza attraverso soluzioni più durature, incluso il rientro volontario in condizioni di sicurezza e dignità.

La via maestra resta la pace, cioè la fine dei conflitti che generano gli sfollamenti. L’articolo cita il caso della Siria: dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad alla fine del 2024, oltre 1,6 milioni di rifugiati siriani sono rientrati in patria, sebbene il rimpatrio diventi sostenibile solo quando le persone possono ricostruire la propria vita con accesso a infrastrutture e servizi di base.

Per chi non può tornare, la chiave indicata è l’inclusione: accesso ai sistemi educativi e sanitari nazionali, ai servizi finanziari e al mercato del lavoro nei paesi d’asilo. L’autore cita alcuni esempi: il «Shirika Plan» keniota, avviato l’anno precedente, che converte i campi profughi in insediamenti integrati dove rifugiati e comunità locali condividono servizi, terra e mercati; la Turchia, che ha inserito centinaia di migliaia di bambini siriani nel proprio sistema scolastico; e i paesi latinoamericani, che hanno creato percorsi legali per milioni di venezuelani, garantendo loro status regolare, lavoro, sanità e istruzione.

Sul piano economico, l’articolo riporta una stima del Fondo Monetario Internazionale secondo cui l’arrivo di migranti venezuelani potrebbe far crescere il PIL dei principali paesi ospitanti latinoamericani fino al 4,4 per cento entro il 2030. Il Welfare Report 2026, pubblicato congiuntamente da UNHCR e Banca Mondiale, stima inoltre che consentire ai rifugiati un livello di attività economica pari a quello delle popolazioni ospitanti potrebbe ridurre di circa 16 miliardi di dollari l’anno il fabbisogno di assistenza globale per la sussistenza.

Salih conclude segnalando che i governi ospitanti, spesso già alle prese con povertà, debito e shock climatici, non possono sostenere da soli questo onere: donatori, banche di sviluppo, fondazioni e investitori privati dovrebbero intervenire fin dalle prime fasi delle crisi, integrando l’inclusione dei rifugiati nell’agenda dello sviluppo anziché trattarla come un binario separato.

Il commento di GrNet.it

Il piano funziona se i paesi ospitanti hanno margini di manovra economica e amministrativa per assorbire chi lavora e produce reddito: quanti dei paesi che oggi accolgono la maggior parte dei rifugiati nel mondo possiedono davvero questa capacità? L’articolo cita Kenya, Turchia e America Latina, contesti dove lo Stato riesce comunque a garantire un minimo di servizi condivisi; nel Mediterraneo allargato, dal Libano alla Giordania fino ai paesi nordafricani, le stesse premesse istituzionali sono spesso assenti o fragili. Per l’Italia, che si trova in prima linea nelle rotte migratorie mediterranee, il tema non è solo umanitario ma di stabilità regionale: un rifugiato integrato nell’economia locale riduce la spinta a spostamenti secondari verso l’Europa, un rifugiato bloccato in un campo per decenni no. Resta da capire quale ruolo concreto Roma intenda giocare nel finanziamento di questi programmi di inclusione, al di là della cooperazione bilaterale già in essere con alcuni paesi di transito.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 7 settembre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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