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Il Golfo dopo la guerra all’Iran: meno America, più Cina

«Geografia poteva compensare debolezza militare»: è la conclusione a cui, secondo l’analisi pubblicata da Chatham House e firmata da Mohsen Milani, sarebbe giunta Teheran durante il conflitto con Stati Uniti e Israele. Incapace di competere sul piano navale con Washington, l’Iran ha fatto leva su missili, droni, mine navali, imbarcazioni veloci di tipo «mosquito» e attacchi mirati al traffico mercantile per chiudere lo Stretto di Hormuz, il più importante punto di strozzatura energetico al mondo, spostando di fatto il campo di battaglia sull’economia globale.

L’autore ricostruisce una guerra iniziata il 28 febbraio con un attacco a sorpresa ordinato da Donald Trump, convinto che l’eliminazione della leadership iraniana e bombardamenti sostenuti potessero produrre una vittoria rapida, se non un cambio di regime a basso costo. Il raid che ha ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei, primo capo di Stato iraniano assassinato da una potenza straniera in secoli, non ha però prodotto il collasso atteso: Washington e Tel Aviv avrebbero sottovalutato la coesione delle istituzioni iraniane e la spinta nazionalista innescata dall’aggressione esterna.

Dopo quaranta giorni di combattimenti e un cessate il fuoco dichiarato l’8 aprile e presto crollato, la mediazione pachistana ha portato al Memorandum d’Intesa di Islamabad, firmato a distanza da Trump e dal presidente Masoud Pezeshkian il 17 giugno. L’intesa, che prevedeva la ripresa delle esportazioni petrolifere iraniane e un parziale allentamento delle sanzioni, è stata accolta a Teheran come una vittoria, mentre alcuni osservatori a Washington l’hanno interpretata come una sconfitta strategica americana; l’accordo si è poi sgretolato sui nodi di Hormuz e del Libano.

Il rapporto sostiene che l’architettura di sicurezza statunitense nel Golfo, basata su grandi basi e schieramenti avanzati, ha mostrato vulnerabilità: oltre una dozzina di installazioni americane hanno subito danni significativi, a dimostrazione che capacità asimmetriche a basso costo possono perforare difese aeree sofisticate. Milani prevede quindi uno spostamento verso basi meno numerose e più discrete, dispiegamenti dispersi, capacità di attacco di precisione e uso dell’intelligenza artificiale, con un ruolo crescente per Regno Unito e Francia nella cooperazione militare con le monarchie del Golfo.

Le monarchie arabe, secondo l’analisi, non abbandoneranno l’ombrello di sicurezza americano ma intensificheranno l’hedging strategico, pur limitato dalla dipendenza finanziaria: i fondi sovrani del Golfo gestiscono oltre 5.000 miliardi di dollari, in gran parte investiti in asset denominati in dollari nei mercati occidentali. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato l’Accordo di Difesa Comune della Mecca, mentre gli Emirati Arabi Uniti approfondiscono la cooperazione con Stati Uniti, Israele e forse India, dopo essere già usciti dall’Opec.

Tra le potenze esterne, secondo l’autore, è la Cina a trarre il massimo vantaggio: principale acquirente del petrolio iraniano e primo partner commerciale delle monarchie arabe, Pechino può espandere la propria influenza attraverso commercio e tecnologia senza doversi accollare gli oneri della sicurezza regionale. Nel lungo periodo, però, la protezione di questi interessi potrebbe spingere la Cina verso un ruolo di sicurezza più ampio.

Il commento di GrNet.it

Più di dodici basi statunitensi danneggiate in modo significativo da capacità asimmetriche a basso costo è il dato che pesa più di ogni dichiarazione di vittoria: significa che la deterrenza tradizionale basata su grandi installazioni fisse ha mostrato un limite tecnico, non solo politico. Per la Marina Militare italiana, che opera nel Mediterraneo allargato con logiche di presenza avanzata simili a quelle statunitensi nel Golfo, il precedente meriterebbe uno studio attento sulla protezione delle infrastrutture portuali e delle rotte energetiche da minacce a basso costo e alta saturazione, mine navali comprese. Resta da capire se lo spostamento americano verso dispiegamenti dispersi e meno visibili, che l’analisi prefigura, si tradurrà in richieste di maggiore condivisione degli oneri agli alleati europei presenti nell’area. La lettura di Chatham House sull’ascesa cinese senza responsabilità di sicurezza, infine, apre una domanda che riguarda anche Roma: se un attore economico può crescere nel Golfo senza pagare i costi militari della stabilità, chi li pagherà al posto suo.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 8 settembre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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