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Libano, gli sfollati sciiti del sud senza una casa dove tornare

Sotto le tribune abbandonate dello stadio Sports City di Beirut, costruito negli anni Cinquanta per ospitare competizioni regionali, decine di tende ospitano ancora a luglio famiglie fuggite dal sud del Libano. Lo racconta Lemma Shehadi in un reportage per Chatham House, che ricostruisce le condizioni degli sfollati dopo la guerra tra Israele e la milizia libanese Hezbollah iniziata a marzo 2026.

Si tratta della seconda guerra in due anni, dopo quella scoppiata nel 2023 in seguito all’attacco di Hamas del 7 ottobre. Ali Adame, che vive con la moglie nel rifugio gestito dalla Croce Rossa libanese con il sostegno del Ministero degli Affari sociali, non sa quando potrà tornare al suo villaggio, Joueia: la casa è distrutta, acqua ed elettricità non sono più disponibili. La sua famiglia è tra le circa 300 persone ancora ospitate nella struttura a luglio.

La sfida della ricostruzione post-bellica è imponente. Hezbollah, dopo aver lanciato razzi contro Israele in solidarietà con Gaza, ha subito un’offensiva israeliana su vasta scala che ha ucciso il leader Hassan Nasrallah e indebolito le sue forze armate; nuovi lanci di razzi in risposta ai raid statunitensi contro l’Iran hanno innescato la seconda guerra. A differenza del 2006, quando Arabia Saudita e Qatar finanziarono la ricostruzione del sud e della periferia sciita di Beirut, un sostegno di questa portata appare oggi improbabile senza il disarmo di Hezbollah, mentre lo Stato libanese resta paralizzato dalla crisi finanziaria del 2019.

Oltre un milione di persone, più del 15% della popolazione, è stato sfollato dal sud negli ultimi due anni, secondo il comitato governativo per la gestione dei disastri (DRM). Beirut e l’area del Monte Libano hanno assorbito la quota maggiore degli sfollati. Dichiarazioni di funzionari, tra cui il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, indicano che fino a 600.000 persone potrebbero restare impossibilitate a rientrare se Israele non si ritirerà dalla cosiddetta Yellow Line, a meno che Hezbollah non consegni le armi.

I finanziamenti internazionali si sono ridotti: l’appello lampo delle Nazioni Unite per il 2026 puntava a 308 milioni di dollari, ma a maggio aveva raccolto solo il 60% della cifra, contro il 90% del 2024. Il deputato riformista Mark Daou osserva che senza un accordo di pace con incentivi economici sostanziali, un semplice contenimento militare lascerebbe la popolazione nel timore di un conflitto non concluso.

I negoziati diretti tra Libano e Israele a Washington, insieme alle trattative parallele tra Stati Uniti e Iran, restano il fattore determinante. Alcuni analisti temono che un’eventuale intesa Teheran-Washington possa consolidare l’influenza iraniana sul Libano, rendendo più difficile il disarmo di Hezbollah. Per l’archivista Abbas Hadla, direttore del centro di ricerca Umam nella Dahiya, è la prima volta che gli abitanti di Jabal Amel non sanno quando potranno tornare: la crisi assume, secondo lui, anche una dimensione identitaria per la comunità sciita libanese.

Il commento di GrNet.it

Un milione di sfollati su una popolazione di circa sei milioni, con la metà concentrata tra Beirut e il Monte Libano, è un dato che da solo spiega perché il fascicolo libanese non si risolva sul piano militare. Il nodo del disarmo di Hezbollah resta la condizione sospesa da cui dipendono sia il ritiro israeliano dalla Yellow Line sia la ripresa dei finanziamenti internazionali per la ricostruzione, oggi coperti solo al 60% rispetto al fabbisogno stimato dall’ONU. Per l’Italia, che contribuisce a UNIFIL nel sud del Libano, la distinzione tra un cessate il fuoco meramente militare e un accordo politico duraturo non è teorica: cambia il perimetro di rischio per il contingente e le prospettive di stabilizzazione dell’area di operazione. Resta da capire se i colloqui di Washington produrranno garanzie reciproche sufficienti a sbloccare i fondi per il sud, oppure se si consolideranno in un ennesimo equilibrio armato a bassa intensità.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 8 settembre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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