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Islanda dice no a Bruxelles ma resta nell’Europa che si è scelta

Dal 1994 l’Islanda partecipa al mercato unico europeo attraverso l’accordo sullo Spazio economico europeo (SEE), senza mai aderire all’Unione. In questa cornice va letto il referendum del 29 agosto, quando il 52,8% degli islandesi ha respinto la ripresa dei negoziati di adesione contro il 47,2% favorevole: secondo l’analisi di Thordis Kolbrun Gylfadottir pubblicata da ECFR, il voto non è stato un rifiuto dell’Europa, ma la conferma del rapporto già esistente con essa.

L’autrice ricorda che leader europei di destra come Nigel Farage e Marine Le Pen hanno subito interpretato il risultato come una vittoria contro Bruxelles. Ma l’Islanda, spiega, resta parte dello spazio Schengen, applica larga parte della legislazione europea tramite il SEE e non ha mai avuto, nel dibattito politico interno, correnti significative contrarie all’integrazione internazionale: un sondaggio del ministero degli Esteri islandese citato nell’articolo indica che solo il 6% della popolazione ritiene che la cooperazione internazionale riduca la sovranità nazionale, contro il 69% che la considera un rafforzamento.

La campagna referendaria, riconosce l’autrice, ha comunque avuto tratti da guerra culturale: teorie infondate su presunti piani di esproprio della ricchezza islandese da parte dell’Unione europea, pressioni mirate sui giovani elettori attraverso i social media e telefonate, e il timore, alimentato online, di una futura coscrizione in un ipotetico esercito europeo. Anche il fronte del sì, nota Gylfadottir, ha usato argomenti poco solidi, sostenendo che tassi d’interesse più bassi legati all’euro avrebbero automaticamente facilitato l’accesso dei giovani alla casa.

Le ragioni profonde del no, secondo l’autrice, restano però domestiche e poco spettacolari: il controllo della pesca, la sfiducia storica nella corona islandese e la convinzione diffusa che l’ordine internazionale, pur scosso, non cambierà sostanzialmente. L’adesione piena all’Unione richiederebbe di accettare la politica comune della pesca, punto su cui, scrive l’autrice, per la maggioranza degli islandesi «la conversazione si ferma»: la questione è considerata fuori discussione fin dal principio, e la domanda politica reale riguardava se fosse possibile un’esenzione permanente, mai davvero chiarita nel precedente negoziato avviato nel 2009.

Sul piano della sicurezza, l’Islanda è membro fondatore della NATO e ha un accordo di difesa bilaterale con gli Stati Uniti; non avendo mai avuto forze armate proprie né subito invasioni o occupazioni ostili, la dimensione strategica del voto è rimasta secondaria rispetto ai temi economici interni. Il governo aveva anticipato il referendum, originariamente previsto per il 2027, proprio per le tensioni internazionali in corso, ma la guerra in Ucraina e le tensioni sulla Groenlandia evocate da Donald Trump non hanno inciso sul dibattito.

L’autrice conclude segnalando una preoccupazione più ampia: l’intensità retorica della campagna, sproporzionata rispetto alla reale posta in gioco (un eventuale trattato di adesione sarebbe comunque tornato al voto popolare), e la conferma che tecniche di targeting emotivo e narrazioni allarmistiche funzionano anche in un contesto politico storicamente civile come quello islandese, con il rischio che diventino un modello ricorrente per le prossime elezioni.

Il commento di GrNet.it

Un paese SEE con accordo bilaterale di difesa con Washington e appartenenza NATO fondativa, ma senza forze armate proprie, mostra quanto la sicurezza possa restare percepita come questione teorica anche in una fase di riarmo europeo diffuso. È una condizione che nessun paese mediterraneo, esposto a rotte migratorie, instabilità nordafricana e presenza militare russa nel Mediterraneo orientale, può permettersi di replicare nella propria narrazione pubblica. Colpisce che il dibattito referendario islandese abbia ignorato quasi del tutto le tensioni sull’Artico evocate dagli Stati Uniti nei confronti della Groenlandia, a poche centinaia di chilometri di distanza. Per l’Italia, il caso islandese conferma soprattutto un dato trasversale a tutta l’Unione: le campagne emotive basate su targeting mirato e allarmismo funzionano indipendentemente dalla cultura politica di partenza, e la vulnerabilità informativa resta un problema strutturale da affrontare anche in chiave di difesa cognitiva nazionale.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 4 settembre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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