Iran, la pressione militare senza strategia politica prepara un’altra guerra infinita

«Il potere di far male è potere negoziale»: la formula del teorico della deterrenza Thomas Schelling apre il ragionamento di Andrew M. Leonard su Responsible Statecraft, la testata del Quincy Institute, dedicato alla strategia statunitense verso l’Iran. Secondo l’autore, la pressione militare può creare condizioni favorevoli, segnalare determinazione e guadagnare tempo, ma non può da sola determinare un esito politico: quando manca un accordo negoziabile, restano solo le armi.
L’attuale linea della Casa Bianca, definita di «massima pressione», combina contenimento militare e sanzioni economiche nel tentativo di costringere Teheran ad accettare un’intesa. Il 4 marzo 2026 il vicecapo di stato maggiore dell’esercito statunitense, generale LaNeve, ha testimoniato davanti al Senato che oltre 108.000 soldati americani (solo dell’Army) risultano dispiegati o pre-posizionati in 160 paesi; più di 50.000 militari di tutte le forze armate operano nell’area di responsabilità dello U.S. Central Command in Medio Oriente, compresi i marinai imbarcati sulla portaerei USS Abraham Lincoln.
L’autore ricostruisce tre precedenti per illustrare il problema. Nel 1991 l’amministrazione Bush padre, con i generali Powell e Schwarzkopf, scelse deliberatamente di fermarsi dopo la liberazione del Kuwait, rinunciando a un’occupazione prolungata per la quale gli Stati Uniti non erano preparati. Nel 2003 l’invasione dell’Iraq fu invece ordinata senza definire chi si sarebbe assunto la responsabilità della fase successiva al conflitto: l’allora segretario di Stato Colin Powell aveva avvertito Bush figlio che gli Stati Uniti sarebbero diventati «proprietari» di 25 milioni di persone, un monito poi noto come regola del Pottery Barn. In Afghanistan, sostiene Leonard, la vittoria militare non fu mai accompagnata da obiettivi politici definiti e vincolati a tempi precisi, il che portò al ritiro improvvisato e caotico di Kabul nel 2021.
Il caso iraniano seguirebbe lo stesso schema. Il 28 febbraio 2026 aerei statunitensi e israeliani hanno colpito l’Iran, aprendo la fase attuale del conflitto nell’ambito dell’operazione Epic Fury. Gli obiettivi tattici sarebbero stati raggiunti, ma senza una strategia civile chiara capace di tradurli nell’obiettivo dichiarato — il rovesciamento del regime o concessioni sostanziali. Un memorandum d’intesa siglato a Islamabad ha stabilito un periodo negoziale di 60 giorni, sospendendo temporaneamente le operazioni militari; privo di un disegno politico solido, l’accordo avrebbe avuto scarse possibilità di reggere. Il risultato, secondo l’autore, è il ritorno alla violenza, con entrambe le parti che rivendicano il controllo dello Stretto di Hormuz, e il dispiegamento più lungo mai registrato di una portaerei statunitense senza scalo in porto.
Leonard richiama i criteri elaborati da Powell e dall’ex segretario alla Difesa Caspar Weinberger sull’uso della forza, sottolineando che il problema non è il modello scelto ma la disciplina di applicarlo. Propone di rafforzare la capacità strategica delle istituzioni civili — Dipartimento di Stato in testa, privo di un programma di formazione degli strateghi paragonabile a quello militare — affinché il pianificatore civile pesi quanto quello in uniforme nelle decisioni sull’uso della forza.
Il commento di GrNet.it
Cinquantamila militari statunitensi nell’area di responsabilità del Central Command, una portaerei che resta in mare più a lungo di qualunque precedente senza scalo in porto: sono numeri che raccontano l’assenza di una exit strategy, non la sua presenza. L’analisi di Leonard individua un problema strutturale che vale anche per le missioni a guida europea nel Mediterraneo allargato, dove la pianificazione politica del post-crisi resta spesso subordinata all’urgenza operativa. Per le forze armate italiane, impegnate in teatri come quello del Golfo con compiti di scorta e sorveglianza, la lezione riguarda la necessità di mandati chiari e limitati nel tempo, decisi a livello politico prima dell’invio dei reparti. Resta da capire se le cancellerie europee, spesso spettatrici della strategia americana verso Teheran, abbiano gli strumenti diplomatici per influenzarne l’esito o siano destinate a subirne le conseguenze logistiche ed economiche.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 24 agosto 2026




